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carroLo sviluppo dell'allevamento equino la Sardegna lo deve ai romani che, per i cavalli, ebbero sempre una particolare passione e interesse economico e militare. Passione che fu assimilata dai sardi che ancora conservano specie nel Capo di Sopra.

Lo stanziamento, nell'isola, di una corte equestre, un corpo di cavalleria, di cui fu comandante Cassio Blasiano1 «priceps equitum» deve aver indotto Roma ad allevare nell'isola, per varie necessità militari e civili, mandrie equine. 

È ormai avvalorato da storici documenti, che la Sardegna fin dal 19 a.C., e certamente da prima, fino alla fine del II sec. fosse presieduta da prima da una guarnigione di militi ausiliari2 e più tardi da una corte; la «I gemina sardorum et corsorum» e la «II gemina ligurum et corsorum» che erano costituite di «equites» e di «pedites» e i principi, come Blasiano, comandavano le «turmae». 

carro1Il rapporto tra cavalleria e fanteria era in genere nei corpi abbinanti di 1:3/83, ma per un'isola come la Sardegna con popolazione in continua agitazione e per l'azione dei ladri4: «multos enim egros egregios non expedit propter latrocinia vicinorum» Roma fu costretta inviare nell'isola 4.000 ebrei; «coercendis illie latrocinis»5; il servizio della cavalleria nelle campagne intorno alle città, lungo le strade e nei valichi montani e fluviali e nei ponti dovette essere sempre attivo, da richiedere un numeroso corpo ippomontato, posto che molto attivi erano anche i ladri e non ladri, facili alla rivolta e alle scorrerie armate. 

Un ricco allevamento imperiale di cavalli esisteva nell'isola da lunga data, in quanto Ammiano Marcellino6 asserisce che Valentiniano (364-375 d. C.) fece lapidare Costantiniano, scudiero imperiale, che l'imperatore aveva inviato in Sardegna per sovrintendere all'addestramento dei cavalli dell'allevamento predetto, perché fece scambio clandestino di cavalli dell'allevamento stesso con cavalli di privati: «Costantinianus strator paucos militaris equos ex his usus mutare, ad quos probandos missus est in Sardiniam eodem iubente lapidum ietibus oppetit crebis».

In seguito, la tutela dei cavalli dell'allevamento nell'isola, fu legiferata.

L'allevamento romano dei cavalli era nella pianura detta Caresi, a destra sulla strada da Olbia per Tempio, a circa 6-7 km., dove si trovava l'antica Cares citata da Tolomeo7.

In questa vasta, ubertosa pianura dagli ottimi pascoli e abbondanti acque sorgive i romani avevano il loro equile di cui molto probabilmente era interessato quel Cassio Blaesiano «principes equitum» di cui fu trovata la lapide funeraria in Olbia8.

Nel 395 Teodosio I dispose la più rigida custodia della selezionata razza equina detta «Caesariana», affinché tutti i suoi soggetti fossero riservati esclusivamente al servizio imperiale, vietando severissimamente ai privati non solo di allevarne ma anche di possederne9.

Con la soppressione della scriptura e il vectigal dei pascoli, per effetto della legge Thoria del 640, i pubblici pascoli furono attribuiti al fisco imperiale che vi allevò il proprio bestiame10; per cui gli allevamenti imperiali, nell'isola, nei favorevoli pascoli che erano negli Ager, dovettero essere importati per numero e per razza, non che per specie.

Gli allevamenti erano posti sotto la sopraintendenza dell'«Equorum Magister», alle cui dipendenze erano i «Comes stabuli» dai quali dipendevano i servi e gli schiavi preposti al governo degli animali.

Le cure sanitarie erano affidate al «Medicus equarius» istituito per l'allevamento imperiale da Traiano (94-117 d. C.).

carro2L'allevamento teneva separati, per sesso e per età, i quadrupedi, per cui gli stalloni erano tenuti in stalla o in appositi recinti nella buona stagione; le cavalle, al pascolo, erano separate dai puledri, e questi dalle puledre in appositi reparti, in «secatus»11; divisione di pascoli d'onde ha tratto origine il vocabolo «secatu», o «segadu» che ha identico significato e funzione di quello romano; per cui gli allevamenti avvenivano in Sardegna con lo stesso sistema romano.

I cavalli venivano addestrati a seconda delle attitudini e dei servizi: «itinerarii» erano quelli adibiti ai viaggi; «sarcinarii» se destinati ai trasporti, «venedii» se adibiti alla caccia; «cantherii» se cavalli da sella; «curruccarii» se ad uso di campagna; «jumentum» erano destinati al basto e, infine i «gradarii», gli ambiatori12 dal passo riposante, destinati alla cavalcatura da diporto.

carro3La Sardegna doveva essere una grande fornitrice di cavalli ambii perché tutti i suoi cavalli sono addestrati a questo passo, detto dai sardi «portanti».

Nei Condaghi spessissimo vengono citati i «caballos ambulantes» e il loro addestramento risale a un sistema romano conservatosi nell'isola fino ai nostri tempi.

Il Lamarmora ci ha lasciato notizia dei metodi usati dai sardi per addestrare all'ambio i loro cavalli13: uno naturale e uno forzato.


Il sistema naturale, tuttora in uso, consisteva nell'istruire il cavallo con le redini e con le gambe, alzando le briglie e scuotendole a destra e a sinistra e stringendo le gambe ai fianchi del cavallo da indurlo a posare i piedi ora a destra ora a manca secondo il movimento delle briglie.

viaggiatIl sistema forzato consisteva nel legare con una corda le gambe del cavallo, dello stesso lato, in modo che il moto di una gamba costringesse il moto anche all'altra. Le corde venivano fatte passare per due puleggie, una per lato, fissate all'estremità da una terza corda assicurata alla sella che funzionava da sostegno delle funi laterali che scorrevano nelle puleggie senza trascinarsi per terra.

Questo sistema, presumibilmente, fu introdotto fra i sardi dai romani, fra i quali il cavallo ambio, il «graduarius equus» dal passo leggero, piccolo e veloce, era apprezzatissimo, molto ricercato e ben pagato.

Questi cavalli, in genere di media taglia, erano chiamati «achetta» voce che, secondo il Madao14, deriverebbe dal greco - ocheo - corrispondente al latino «placide veho, sensim moveo, tranquelle fero» del quale Plutarco si sarebbe servito per significare il dolce, piacevole moto del cavallo.

addestraCommenta il Madao che «è nel tempo che i romani dominarono in Sardegna» che detto cavallo «venisse ricercato a gara dai signori e ottimati per ambizione, per mollezza e per lusso» ricordando il commento del Dupréz del passo oraziano «Appiam manuis terit»: «Manis, inquit, equis scilicet gradariis, nulla vectoris molestia incedentibus. Dicti sunt manni, quodo manus mansuetudinem sequantur». Mansuetudine e obbedienza alle redini già rilevata dal Lamarmora.

Non sappiamo d'onde il Madao abbia tratto la notizia che «le primarie gentildonne romane preferivano i sardi giannetti nella cavalcatura non meno per comodità che per grandezza».

Come gli antichi romani i sardi cavalcavano ancora a busto eretto e a gamba rigida abituando i cavalli ad ubbedire ai minimi cenni della briglia e alla voce. E come era consuetudine fra i quiriti, i sardi, fino a qualche secolo, imponevano ai figli, appena raggiunta la pubertà, di imparare a cavalcare, così come fece Catone ai suoi figlioli.

I quiriti erano scrupolosi selezionatori di cavalli sia per i riproduttori che per le fattrici, mediante uno scrupoloso esame delle forme e della dentizione; la purezza razziale veniva documentata in apposito registro con un albero genealogico15; negli «Acta», o registri pubblici, si indicavano col nome del cavallo, il mantello, l'età , il luogo di nascita e i segni particolari e si ricordavano le loro vittorie in gare e concorsi.

Molto interesse veniva data alla forma e durezza dello zoccolo specie prima dell'introduzione della ferratura che i romani appresero dai Galli dopo averli sottomessi.

Fino al I sec. a. C. la ferratura dei quadrupedi era ignota anche ai greci se Mitridate, re del Ponto, nell'assedio di Cizico fu costretto inviare la cavalleria in Bitinia perché i cavalli avevano le unghie consumate.

Fu Nerone a imporre la pratica della ferratura a tutti i cavalli che prima usavasi praticare solo a quelli di servizio. Sventonio ricorda che le mule usate per la cavalcatura delle dame venivano ornate di ferratura d'argento e Plinio asserisce che Poppea fece fare i ferri d'oro alla sua cavalla.

Ferri di cavallo e parti di freno16 dell'epoca romana furono reperiti nell'isola e ciò dimostrerebbe che i sardi appresero dai romani la ferratura dei cavalli.

Nell'Editto di Diocleziano è fatto cenno dei basti per bardotto, per l'asino e per mulo ma non di selle per cavalli, per cui, queste, all'epoca dell'editto non erano ancora in uso fra i romani.

Le selle e le staffe cominciarono a usarsi nel IV sec. d.C e lo si apprende da una disposizione del Codice di Teodosio che per i cavalli adibiti al «Cursus publicus», il peso della sella e della briglia, non dovevano oltrepassare le 60 libbre, ossia kg. 19.58017.

Sulle malattie dei cavalli scrisse Apritrio (340 d. C. ) e fu il primo zooiatra che studiò e scrisse sulla morva equina. Quale medico veterinario dell'esercito di Costantino il Grande ebbe modo di studiare la dentizione del cavalli determinandone l'età, e scrisse sulle lesioni cutanee prodotte per la conficcazione dell'insellatura, per cui, fece meglio adattare le selle, fornendole dell'imbottitura.

Oltre ai grandi allevamenti imperiali, nell'isola, dovevano esistere ricchi allevamenti equini privati come potevano possederne Acte e le molte famiglie patrizie che nell'isola avevano vasti latifondi.

Cavalli dovevano possederne anche i Barbaricini per poter effettuare le loro rapide, improvvise incursioni nelle pianure per rapinare fattorie e razziare bestiame, da costringere Giustiniano a chiuderli entro una morsa di opere e presidi militari.

Per le disposizioni di Costantino e Giuliano si costituì, anche in Sardegna, il servizio postale effettuato dai «verendi» nelle strade principali e dai «paraveredi» nelle secondarie. Servizio che richiedeva un gran numero di cavalli veloci e resistenti in quanto lo scambio della posta avveniva fra i veredi ad ogni cippo miliario.

Per gli umili servizi di campagna come il trasporto di legna da ardere, carbone, sughero furono usati muli e asini, questi specialmente applicati alle molte e alle norie.18 

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1 TAMPONI P., Silloge Epigrafica olbiense, Sassari, 1985, pp.58, 94.
2 C.I.L., X, 777.
3 POLIBIO, II, 24.
4 VARRONE, 1. I, 16.
5 TACITO, 1. II.
6 Amm. Marcell., Hist., 1. XXVIII, 3, 5, ed. Lipsia.
7 SPANO G., Emendamenti ed aggiunte all'itinerario del Lamarmora, Cagliari, 1874, p. 184.
8 TAMPONI P., Silloge Epigrafica olbiense, Sassari, 1985, p.58.
9 Cod. Theod., X, 6.
10 Cod. Theod., X, 6. de greg domin; VII, 7: 1, 2, 3 de pasc.
11 LUCIANO, I, 101.
12 LUCIANO, Apud Non., I, 60.
13 LAMARMORA A., Viaggio in Sardegna, ed. Nuraghe, Cagliari 1926, P. I, p. 342.
14 MADAO M., Delle Sarde Antichità, ecc., Cagliari, MDCCXCII, p. 86, nota.
15 BIANCHINI B., Evoluzione della zootecnia attraverso i secoli, Terni 1930, p. 120 ss.
16 SPANO G., Catalogo, op. cit., p. 77-78; Bull. Arch. Sardo, a. IV, p. 159; a. VII, p. 124.
17 STEPHAN E., Il movimento commerciale nell'antichità, Bibl. Storica Econom. di V. Pareto, Milano, 1929, vol. IV, p. 387.
18CHERCHI PABA F., L'evoluzione storica dell'attività industriale agricola caccia e pesca in Sardegna, Vol. I, Cagliari 1974, pp. 420 - 426

Ultimo aggiornamento ( Domenica 14 Luglio 2019 20:39 )