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a_cossuCostumi, suoni, colori, personaggi presenti e del passato, cavalli e collane di campanelli, le emozioni di cavalieri e pubblico in Sa Carrela 'e nanti, una festa che si ripete ogni anno, da secoli, immutata nei rituali e nel pàthos che sempre riesce a suscitare.

L'iniziazione, la prova di coraggio e abilità di un giovane cavaliere che si cimenta in una delle più spericolate corse a cavallo che si svolgano in Sardegna nel periodo di di carnevale, di fronte alla sua gente e il numeroso pubblico nei Raccontini del mio paese. Un Cavallo al Lussurgese di Antonio Cossu, «Il Montiferru», A. I, n. 2, Maggio 1955.


Angelo mi chiese sorridendo se parlavo sul serio.

- Lasciaglielo! Fagli fare una corsa! - gridarono gli altri che stavano attorno.

Smontò dal cavallo grigio-ferro, bagnato di sudore, ancora con i segni della brutta stagione addosso, e me lo consegnò.

Ad Angelo certamente dispiaceva perdere una corsa. Indossava uno dei costumi più belli e raffinati: un corpetto nero di velluto con frange dorate, trasversali, sul petto e sulle spalle, che ricordavano Santi parati a festa, e un fez nero con strisce di raso giallo. Molte ragazze, quando passava, se lo indicavano.
Riuscii a stento a montare d'un salto a cavallo.

- Lasciate passare il professore - disse uno che in quel momento non riconobbi.

Sul largo, più di trenta cavalli scalpitavano, inquieti, in attesa del segnale di via libera che Domenico Re dava, con una bandiera tricolore e lo stemma sabaudo al centro, da un lungo balcone.

- Non aver paura! - gridò Francesco Mura.

- Stringi le ginocchia e buoni colpi di sperone! - disse Salvatore Pisanu.

Non avevo mai partecipato, per carnevale, allo corse in "sa carrela 'e nanti"; per questo mi sentivo inferiore agli amici contadini. Lo squillare allegro delle campanelle sul collo dei cavalli, le corse del giorno prima, i colori vivaci dei costumi dei cavalieri, il rimbombo dei passi sulla strada di terra battuta, i ricordi della corse di mio padre - divenute quasi leggendarie - che, ogni anno, ritornavano sulla bocca di tutti, in casa e fuori, mi avevano eccitato.
La mia aspirazione era di fare una corsa da solo e una in coppia.

- Vieni con me - mi invitò Tatanu Fais avvicinandosi col suo cavallo baio.
Gli risposi che preferivo scendere da solo, perché era la prima volta.
Tutti mi esortarono a scendere in pariglia.

- I due cavalli andranno benissimo, vedrai -.

- Va in coppia, non t'ada a falare unu raju!-

La folla, appiccicata ai muri delle case, ai bordi della strada, e a grappoli sui balconi, si passo dapprima il mio nome, poi tacque. Sentivo un silenzio profondo e gli sguardi di tutti: interrogativi, curiosi, pieni forse di paura e di meraviglia.

Tatanu mi prese il braccio.

— Cerca di non andare avanti e di non stare indietro. Dobbiamo arrivare assieme, come partiamo.-

I cavalli muovevano recalcitrando i primi passi, poi si slanciarono a corsa sfrenata nella discesa. Gli uomini, sulla prima curva, si addossarono di più al muro.

- Sta solo attento a non venirmi addosso col tuo cavallo - mi raccomandò con voce lievemente agitata.

Man mano che avanzavamo nella discesa la gente si ritirava a ventaglio.
Mi sentivo sicuro.

- Bene! - dissi.

- Continua così.-

Alla seconda curva, nel tratto di strada pianeggiante, mossi leggermente le redini por non andare addosso all'altro cavallo. Ero entusiasta e stordito della corsa.

- Andiamo benissimo - continuava a dire Tatanu allegro e un po' eccitato -è la pariglia che m'.è riuscita meglio! -

- È la prima volta - mi scusavo - non si può pretendere per la prima. -
- Vai bene, vai bene! È la mia corsa migliore! -

Sciogliemmo la pariglia alla fine della salita. Tatanu guardava che fosse a posto il suo costumo nero coi fiorellini bianchi di carta.
I ragazzi sul parapetto mi chiamavano por nome, gli uomini anziani mi rivolgevano parole che non mi riusciva di capire.

Pensai a mio padre, a ciò che avrebbe detto lui, giudice esigente, vecchio animatore delle corse al paese.

Ci fermammo assieme agli altri cavalieri nel rialzo, per far riposare un momento i cavalli. Ogni minuto arrivavano altre coppie e terziglie o cavalieri isolati.

Quella sera non riuscii a farmi dare un cavallo da nessun altro.
Mio padre mi chiese se avevo tirato giù bene i pantaloni alla caviglia perché non si vedessero le calze e fu tentato, per il giorno dopo, di fare una pariglia con me.

Giuseppe Mura, il martedì mi dette il suo cavallo, a patto che scendessi da solo perche temeva che non riuscissi a tenerlo.

- Non mi piace la pariglia scomposta. Va da solo, - Mi consegnò lo sperone e mi aggiustò i pantaloni. - Cerca di non star curvo in sella, perché la moda lussurgose è di star dritti, come un bastone; E corri anche fino a domani! -

Ero un po' stanco e mezzo addormentato per il sonno perso la sera prima durante la tradizionale cena di galline - sa puddada - consumata con un gruppo di contadini o allevatori di bestiame.

- Pungi con gli speroni e fregatene! - mi disse mezzo in sardo e mezzo in italiano Angelino.

- Alla ragaza non pensarci in .questo momento - disse Giovannantonio.
Due signorine anziane, sulla finestrina della loro casa, riconosciutomi, mi salutarono agitando le mani tremolanti e secche: - Addio, addio - dicevano.

Le pariglie scendevano continuamente, a brevi intervalli, nella strada accidentata, coi cavalieri nei costumi di carta variopinta, con le mantelline svolazzanti. I passi dei cavalli rintronavano nelle vie laterali, strette, animate, di solito, nelle ultimo tre sere di carnevale.

- Te la senti anche oggi - mi dissero gli uomini addossati ai muri delle case, alla partenza.

- Lussurzesu erettu! - sentii. Fu la frase che mi piacque di più. Ormai mi sentivo alla pari con gli altri.

A Pietro Paolo Ardu, che offriva del vino agli amici, sulla soglia di casa, nella strada dietro quella delle corse, chiesi, scherzando, un bicchiere di vino con brace, come si dà alle persone che hanno subito una forte paura.

- Bevilo senza brace - mi risposo Francesco Cadoni - ti farà meglio! 
- Dagli retta, se ne intendo! -

Giuseppe aggiustò il sottosella e mi incoraggiò a continuare, con la raccomandazione di stare più al centro della strada.

Pietrangelo - un ragazzo di quattordici anni - mi invitò a fare una corsa con lui. Giuseppe preferì che corressi da solo, Mi dispiacque un po' perché a Pietrangelo, mio cugino, ero molto affezionato e una pariglia con lui sarebbe stata simpatica; d'altra parte, con un ragazzo, non mi sarei sentito forse troppo sicuro.

La terza volta, mentre il cavallo partiva con due lunghi salti, sentii la gente che diceva: - Ci ritorna! Ma guarda un po'! Ci ha preso gusto! -

Ero completamento sudato e mi facevano male le ossa.

Le ragazze che stavano con me a San Sebastiano mi raccontarono che gli uomini, dopo che passavo io, si giravano verso di loro. Francesco Piras aggiunse che la gente commentava sulla mia posizione, non completamente ortodossa ai canoni lussurgesi e ricordava mie padre che non mancava mai, fino ai sessanta anni, di presentarsi allo corse.

- Lussurgese anche lui. Figlio di suo padre! -

Antonio Cossu

 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 01 Febbraio 2018 05:44 )