Hits smaller text tool iconmedium text tool iconlarger text tool icon

sardegna_cavalliCavalli e feste. Tradizioni equestri della Sardegna, che Mario Atzori ha pubblicato con le edizioni Asfodelo di Sassari all'inizio di quest'anno [1998 ndr.], è un libro che viene incontro, con proprietà scientifica, all'interesse o alla curiosità di quanti desiderino situare le tradizioni equestri isolane sullo sfondo di una lettura storiografica e semeiologica più attendibile di quelle a cui si affida, di solito, la pubblicistica d'occasione.

Ma, a veder bene — seguendo una sottile indicazione contenuta nello stesso titolo —, il cavallo, che da molti punti di vista aveva a che fare con un orizzonte esistenziale più ampio e più esteso di quello affiorante ora nella festa, deve essere considerato come un oggetto di attenzioni antropogiche diverso e differenziato rispetto all'oggetto-festa che tende a ridurlo a ragione pretestuosa e a inglobarlo, pur senza impoverirne la carica simbolica, nel suo troppo largo vestito polisemico: se queste tradizioni equestri hanno potuto prender piede e mantenersi nel tempo, lo si deve in gran parte alla stretta simbiosi che, in pace e in guerra, l'uomo ha stabilito con un animale cosi prezioso e alla dominante presenza di quest'ultimo nel paesaggio culturale delle civiltà più diverse.

A risalire le ragioni storiche di tali tradizioni, si scopre facilmente che l'importanza del cavallo era, ed è stata fino a ieri, straordinaria, e che la festa, nelle sue forme attuali — segnatamente spettacolari ed enfatiche —, è segno di una disgregazione e di una perdita. Disgregazione, da una parte, del tradizionale contesto economico-produttivo, che assegnava al cavallo importanti funzioni ergologiche, e perdita, dall'altra, di una cultura del cavallo, che non restava circoscritta ai soli momenti ludico-araldici della caccia e del gioco o delle situazioni cerimoniali più solenni.

Opportunamente l'autore risale il filo di questa tradizione sardo-mediterranea fino alle condizioni del suo primo costituirsi e, dischiusa la prospettiva antropologico-culturale più adeguata allo studio dell'oggetto-cavallo, non ha difficoltà a compiere alcune puntuali incursioni nel terreno della paletnologia o in quello della genetica, indugiando quanto basta, in seguito, sui luoghi e sulle forme della valorizzazione istituzionale del patrimonio equino, al fine di offrire al lettore uno spaccato agile e documentato sulla dimensione diacronica del fenomeno alla nostra latitudine.

Emerge, dunque, dall'analisi un quadro di fedeltà culturali a lungo confermate e una catastrofe recente: se è vero che le discontinuità aperte dalla macchina nell'orizzonte del tradizionale regime produttivo hanno comportato una drastica riduzione dell'energia animale e l'avvento di soluzioni tecnologiche alternative, ne consegue che il cavallo, da bene diffuso e quotidiano, diventa a poco a poco una sopravvivenza e un segno di lusso: e per quanto possa apparire strano, la sua valorizzazione araldico-sportiva coincide ormai con la sua totale inutilità ergologico-produttiva.

C'è, in tutto questo, l'apparenza di un paradosso, che l'autore interpreta come un esito del bisogno di compensazione e di risarcimento rispetto alla perdita dei significati che si sono andati perdendo col perdersi di una cultura del cavallo. Ma, a parte la legittimità delle notazioni riservate a queste dinamiche di natura ecologico-nativistica, il momento su cui l'analisi insiste con particolare forza è quello connesso ai processi di rifunzionalizzazione dell'obsoleto, che registrano il ridefinirsi del valore d'uso del cavallo in relazione, da una parte, alla crescente domanda di riciclaggio consumistico dello specifico, e in relazione, dall'altra, a un altrettanto diffuso e più autentico bisogno di situazioni corali e comunitarie nell'esaltazione festiva della propria identità. È qui, per esempio, che il rapporto uomo-cavallo viene a precisarsi nelle sue accezioni eroiche e ad essere vissuto su piani intensamente simbolici, che dischiudono la loro intrinseca e cifrata complessità solo a un approccio che si avvalga di strumenti ermeneutici adeguati (quelli, per esempio, dello studioso del mito) e che sappia penetrare le soggiacenze psico-sociologiche su cui, di volta in volta, trova articolazione la struttura formale dell'insieme.

Atzori applica, in questi casi, qualche aspetto dei modelli interpretativi messi a punto da Ernesto De Martino e produce, sui contenuti mitico-simbolici di queste tradizioni, una spiegazione generalmente acuta e appagante.

Assai convincente risulta, per esempio, la lettura della Sartiglia oristanese e il ventaglio di soluzioni proposte su alcuni aspetti enigmatici della sua configurazione rituale. Si pensi all'ambiguità del componidori figura androgina che ha dato luogo a molteplici e contrastanti interpretazioni.

Piuttosto che depistare l'interesse dell'osservatore verso peregrine ipotesi genetiche o verso incontrollabili condizionamenti archetipali di segno junghiano, come hanno fatto gli interpreti più recenti (che si sono soffermati a considerare solo alcuni tratti di questa figura), Atzori preferisce allargare l'attenzione al contesto globale del fenomeno e spiegare l'ambiguità del componidori attraverso la pregnante ambiguità del carnevale, che ammette o addirittura postula il gioco delle contraffazioni rituali in una prospettiva di réfoulement dell'ordine cosmico-storico e spesso, come in questo caso, con una trasparente finalità esorcistico-apotropaica. Quel tanto di eroico o di particolare destrezza che la sfida comporta, esige il ricorso a un mascheramento magico, simbolicamente mirato a confondere e indebolire le astuzie della cattiva sorte, nel momento stesso in cui si tenta, mediante una sequenza di atti sessualmente allusivi, di stimolare simpateticamente la fertilità della terra.

Ma gli esempi potrebbero essere, in tal senso, anche più numerosi ed estendersi ai casi più cospicui delle tradizioni equestri nostrane, da quelle delle «cavalcate» primaverili di Sassari e di Cagliari, a quelle dett'ardia di Sedilo, del San Francesco di Lula, del carnevale di Santu Lussurgiu, fino ad alcune recenti plasmazioni culturali, come si riscontra nell'ardia di Pozzomaggiore, che è ripresa della corrispondente e più nora ardia sedilese.

La messa a punto storico - grafica delle varie formazioni e la decodificazione del tessuto di significati su cui esse di volta in volta si sviluppano sono affrontate dall'autore in modo trasparente e metodologicamente fecondo, grazie a un arco di consapevolezze che sarebbe vano cercare negli studiosi che l'hanno preceduto. E per quanto Cavalli e feste non si proponga di essere una rassegna completa delle tradizioni equestri sarde, ma si limiti intenzionalmente a saggiarne una campionatura emblematica, riesce nondimeno a dare una visione perspicua del fenomeno e a guidare il lettore all'interno dello spessore antropologico-culturale che meglio lo spiega.

Se uno dei meriti del libro sta nella chiarezza espositiva e nella linearità della sua struttura, lo si deve certamente al grado di padroneggiamento che l'autore dimostra di aver raggiunto nell'analisi dei suoi materiali tematici. Il fatto di poter disporre di parametri interpretativi felicemente collaudati da tutta la tradizione storicistica nostrana, è condizione vantaggiosa che fa sentire bene i suoi effetti. Ma, proprio per questo, appare forse come un eccesso, non sempre organizzato e non sempre compatibile con le scelte metodologiche generali, lo sforzo di formalizzazione strutturalistica in cui e con cui l'autore scompone-ricompone le relazioni interne del proprio oggetto.

Si tratta di precisazioni che sembrano complicare senza un reale acquisto conoscitivo la trasparenza dei risultati già ottenuti attraverso altre e più persuasive risorse analitiche, e che intervengono nel tessuto espositivo come note dissonanti o come zone d'ombra. Non senza consapevolezza rispetto alla loro problematica differenza, l'autore le colloca sempre a chiusura di discorso, quasi a voler provocare l'attenzione del lettore con un confronto che potrebbe apparire anche istruttivo. 

Viene spontaneo chiedersi se si abbia a che fare con un omaggio accademico a una moda egemonica o con una polemica nei confronti di un linguaggio analitico, divenuto inesplicabilmente norma e regola de savoir vivre per tutti gli addetti  ai lavori.

di: Placido Cherchi
(in «La grotta della vipera», A. XIV, n. 44 -45, Autunno - Inverno 1998, pp. 22 - 55

   

Ultimo aggiornamento ( Sabato 17 Settembre 2011 16:38 )