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La paleontologia, finora, non ha reperito nell'isola resti di equus; fatto questo che non dimostra l'assenza del cavallo nella fauna quaternaria sarda in quanto, nei più antichi stanziamenti preistorici isolani, come la grotta S. Adde di Macomer1 del protoneolitico, sono stati trovati abbondanti resti di detto quadrupede, nello strato più profondo e antico, a m. 0,80.

fcp_tor2Prima dell'introduzione del cavallo domestico, avvenuto, a nostro giudizio nel tardo nuragico, il bue era usato per la cavalcatura e, accoppiato, per il traino dell'aratro e del carro2.

Leggendo attentamente le vicende belliche tra sardi e punici, e di questi contro i romani, si avverte l'assenza della cavalleria, la quale appare, per la prima volta, nello scontro tra i sardo-punici, capitanati da Amsicora i primi e da Annibale il Calvo i secondi, contro i romani al comando di T. Manlio Torquato.

In quell'aspra, fatidica battaglia in cui fu, definitivamente, affermata la dominazione romana nell'isola, le cavallerie erano l'una di origine punica e l'altra romano-laziale; di cavalleria sarda neanche l'ombra, fatto che dimostra come i sardi combattessero appiedati.
Questa grave deficienza militare, e imprevidenza da parte dei sardi e dei puni, è da attribuirsi forse alla natura geografica della Sardegna che, come isola, poteva essere meglio difesa e conservata da una potente flotta, dai molteplici scopi, che da una cavalleria stanziale; preferendo, gli uni e gli altri, una simile logica soluzione, spendendo in naviglio quel che poteva costare un corpo ippomontato. A nostro giudizio questo dovette essere il motivo del mancato interesse dei sardi all'allevamento del cavallo militare.

frenoI reperti di freni, o loro parti, per equini, sono, nell'isola, assai modesti; un frammento di freno fu reperito nella necropoli punica di Olbia, nella tomba 463; un'imboccatura di freno, con un idoletto di bronzo fu trovata in Sorgono4; altra nel secondo ripostiglio degli Abini in Teti5; e una terza in Sinis6; frammenti di bronzo ritenuti parti di ornamento equino erano nella collezione Spano7, ma senza alcuna prova cronologica e riteniamo che ben poc'altro esista di reperti simili; tanto poco, da lasciar credere che gli oggetti predetti possono essere stati importati per dotarne i cavalli di qualche ricco possidente o ufficiale punico nell'isola. Nei nuraghi, freni, non se ne son trovati!

Il Pais8 ritiene che il cavallo sia stato importato nell'isola in periodo anteriore alla dominazione punica citando, come prova, un bronzetto nuragico esistente nel Museo Nazionale di Cagliari, in cui un arciere, nell'atto di far scoccare la freccia, se ne sta ritto, in piedi, sopra un quadrupede che ha i caratteri morfologici ben lontani da quelli di un cavallo.
Eppure lo stesso Pais, nell'illustrare il morso di bronzo del ripostiglio degli Abini9, ha chiaramente affermato di aver « notato quanto siano scarse le traccie del cavallo in Sardegna». Per cui la sua affermazione che l'arciere, di cui faremo cenno, monti proprio su un cavallo, resta alquanto scossa e lascia dubitare che anch'egli fosse poco convinto che il bronzetto rappresentasse inequivocabilmente un cavallo.

morso1Il frammento di morso degli Abini poteva essere un pezzo punico destinato alla fusione avuto dai sardi per baratto.

morsoI nuragici, che ebbero un'eneoplastica stupenda, che toccò il suo apogeo nel VII - VI sec. a.C., che riprodussero in bronzo, con impressionante verismo, animali domestici e selvatici come il bue, la capra, l'ariete, il cinghiale, il cane in tutte le pose, i mufloni, i cervi e persino la volpe e la donnola10, oltre a personaggi del mondo pastorale e guerriero, è mai possibile che, conoscendo il cavallo domestico non l'avessero riprodotto e fatto motivo d'arte, così, come fecero tutti i popoli che l'allevarono e appresero le sue qualità facendone l'esaltazione plastica e pittorica?

Se il protosardo avesse addomesticato il cavallo, ne avrebbe riprodotto, con amore e con fedeltà, le stupende sue fattezze, con tutta quella ben nota passione ed espressione artistica non scevra di caldo sentimento che seppe trasfondere in tutti i suoi bronzetti.

paisLa riproduzione di navicelle e l'assenza del cavallo nell'eneoplastica nuragica lasciano sospettare che i protosardi tenessero più al possesso di una potente flotta militare e commerciale, con cui difendere l'isola, anziché a un corpo di cavalleria per la difesa interna dell'isola, mai supponendo che il nemico sarebbe riuscito, data la presenza dei puni nell'isola, a metter piede nelle coste sarde. Questo forse, fu il motivo per cui i capi indigeni non si provvidero di cavalleria.

Il sardo conobbe il cavallo domestico sotto i punici, ma non lo allevò, non lo apprezzò perché nei cavallini selvatici, ch'egli cacciava, non vedeva nulla di bello e di utile, tranne la carne che poteva offrirgli, inferiore per qualità a quella degli altri animali, per cui lo tenne in meritato dispregio.

Non comprendiamo, poi, come un arciere potesse cavalcare stando ritto sulla nuda schiena del cavallo, e, per di più, maneggiando un arco che, a parte la difficoltà di aversi così un tiro esatto, non scorgiamo quale maggiore comodità potesse trarre da così irrazionale sistema di cavalcare, ignoto a tutti i popoli.

Detta statuina, rinvenuta nel Sulcis, in reg. Saliu, non raffigura in modo assoluto, un equino e, posto che l'artista che lo modellò seppe tanto bene riprodurre l'arciere con l'arco e la freccia, nonché il naturale movimento delle braccia, desta meraviglia che non abbia saputo modellare il cavallo. Evidentemente non ci pensava affatto! Altro elemento che si oppone ad accertare il quadrupede raffigurato dal bronzetto come un cavallo è che l'animale è tenuto da una fune al collo e non da un freno.

Se i nuragici avessero conosciuto il cavallo, e il morso di Abini fosse stato nuragico, di conseguenza il cavallo predetto sarebbe stato ammorsato; e posto che non lo è vuol dire che i nuragici non conoscevano né il cavallo, né il freno, né la cavezza, che è il più antico sistema di contenimento e guida del cavallo che, secondo Pietrèment11 e Rutimeyer, sarebbe stato addomesticato in epoca storica.

Il Della Maria12 afferma che il cavallo non ha potuto raggiungere l'isola allo stato selvaggio e nega che il cavallo domestico derivi da forme selvatiche indigene, concludendo che il genere equus sia stato importato allo stato di domesticità.

Che il cavallo selvatico non esistesse nell'isola è smentito a priori dai resti dei pasti neolitici reperiti in Sardegna, in S'Adde, a Macomer, e nel neo-eneolitico di San Bartolomeo, per cui la tesi del Della Maria non si può accogliere, né possiamo accettare l'ipotesi che i neolitici e neo - eneolitici sardi andassero a cacciare il cavallo fuori dall'isola per macellarlo e consumarlo in casa; e in questo caso non avrebbero portato con sé anche la testa che non è commestibile.

Che resti paleontologici di equus non siano stati trovati nell'isola è più che esatto; ma ciò non prova che il cavallo non esistesse nel nostro quaternario o anche prima. Se la paleontologia non li ha trovati vuol dire che li troverà, e se non li troverà esistono i reperti archeologici, i resti dei pasti neolitici che comprendono ossa che dimostrano validissime mascelle e denti di equus dell'età predetta.

L'argomento riveste per noi sommo interesse, posto che investe l'origine del nostro cavallo domestico; e, decisamente, l'affrontiamo.

Sigismondo Arquer intorno al 1540 scrisse, nella sua breve storia di Sardegna13 che « vi è nell'isola così gran numero di cavalli che non pochi sono selvatici e sono privi di padrone» ed è questo il primo cenno storico di cavalli selvatici nell'isola.

Il Marmol14, esploratore vissuto nel sec. XVI, afferma la presenza di cavalli selvatici in Sardegna, ma il Della Maria, senza giustificato motivo, non gli dà credito.

Il Carrillo15, che fu inviato in Sardegna per ordine reale a compiervi uno studio sulle condizioni dell'isola e per cui dovette riferire su cose e fatti con la massima fedeltà, scrisse che, nell'isola di S. Antioco « crianse en ella muchos yeguas, cavallos silvestres los quales se cacen y tomen, no son de ningun provecho por ser indomitos; que ni soufre, ni se pueden amançar, y mueren de coraje, y assi aunque se venden a tryenta reales, non ay quien los qutra, si sirne el pellejo».

Il Cetti16, naturalista, che insegnò nell'ateneo sassarese e che per la serietà del posto che ricopriva non poteva scrivere cose fuor del vero, affermò che il cavallo « selvatico abita in luoghi deserti, soggetto a nessuno ed occupabile da tutti. Di così fatti ve ne sono in alcune parti del regno, nel territorio di Bultei e nella Nurra per quanto dicesi, ma i più conosciuti sono nell'isola di S. Antioco, nella selva di Canai. I loro corpi sono appunto, quali Leone Africano descrisse i cavalli selvaggi d'Arabia e Numidia, cioè piccoli, con chioma irta e breve; i colori non costanti; comunque i più son bai. Chi vuole fa alcuna oblazione alla chiesa del protettore dell'isola poi va e ne caccia a suo talento ma, a riserva del cuoio, non valgono nulla; sono di natura si perversa che non v'è modo di addomesticarli, ed alla fine si muoiono disperati, o disperato il padrone li ammazza».

Questa notizia, sull'oblazione alla chiesa, ci riporta alla donazione dell'isola solcitana alla chiesa episcopale della stessa isola dedicata a S. Antioco, fatta da Torgotorio di Cagliari nel 112417.

Se nel 1770, allorquando scrisse il Cetti, ancora esistevano nella selva di Canai i cavalli selvatici, riconosciuti di proprietà della chiesa, è chiaro che, detta proprietà doveva essere maggiormente rispettata nei secoli precedenti, sin dal 1124 anno della donazione.

Ben sapendo lo spirito conservatore e tradizionalista della chiesa, pensiamo che i cavalli selvatici esistessero in Canai sin da quei lontani tempi, s'era rimasta traccia di un tributo venatorio alla chiesa stessa per cacciarli.

Per altro verso, riteniamo, che la chiesa Solcitana, nel sec. XII avesse ben alto da pensare che introdurre nell'isola, che ha una superficie di 11.840 Ha., cavalli selvatici per uso venatorio (se mai cervi, daini, cinghiali) dati i tempi per lei burrascosi, per dedicarsi a simili passatempi posto che, le continue incursioni barbaresche che la flagellavano, la costrinsero nel secolo seguente ad abbandonare l'isola e traslare la sede episcopale a Tratalias.

L'inselvatichimento dei cavalli dell'isola si sarebbe dovuto iniziare, pertanto, nel sec. XIII, per abbandono dei cavalli domestici nell'interno dell'isola, secondo la tesi dell'Angius18. Pur accertando una simile ipotesi, resta il fatto che la biologia la respinge in pieno, non essendo possibile che i cavalli domestici, abbandonati nel sec. XIII, tre secoli dopo, nel 1540, epoca in cui scrisse l'Arquer, in così breve tempo potessero subire una vera e propria metamorfosi, una così profonda variazione sino a perdere la criniera e la statura dei cavalli normali, e ridursi alle dimensioni di poco più di un cane danese. I cavalli selvatici esistevano a S. Antioco , come nel resto dell'isola, come prodotti autoctoni, conservatisi in selvatichezza sino allo scorso secolo.

Se fossero stati cavalli importati, non sappiamo con quale utilità, un padrone l'avrebbero pure avuto, almeno nel '700, ma il fatto ch'essi erano alla mercé di tutti vuol dire che, quel « res nullius» venatorio era, per altro verso, una ulteriore dimostrazione della loro origine selvaggia.

Durante il suo governo viceregio nell'isola (1773 -75) il conte La Marmora ebbe in dono un cavallino selvaggio di S. Antioco; e dal nipote del viceré ne abbiamo la descrizione: « Cet animal était très petit, mais svelte; il mourut de chagrin peu de temps après sa captivitè. Je crois que c'est le dernier cheval sauvage que l'on ait pris dan l'île »19.

Il La Marmora, che di cavalli si intendeva, come anche di storia naturale, non esita a definire quel cavallino donato allo zio « cheval sauvage » e l'opinione di questo scienziato deve pure avere il suo peso.

Il Della Maria mette in dubbio le affermazioni del Cetti perché questi, i cavalli selvatici non li vide ma li descrisse per sentito dire; comunque esiste anche il giudizio di La Marmora che li vide e li giudicò.

Il Cetti afferma che, nei cavallini selvatici sardi, « i colori non sono costanti » e su questo punto il Della Maria fa leva dichiarando che « l'uniformità di colore è sempre servita come validissima guida agli zoologi e zootecnici per accertare da questa eventuale omogeneità, la selvatichezza degli individui. Anzi, molti naturalisti ne fanno addirittura una base ».

Questa affermazione, valida in teoria, è smentita dalle pitture su roccia delle caverne di Tarascon en Ariége, del magdaleniano medio (30.000 - 20.000 a. C.) e della caverna di Lascaux, del magdaleniano recente (20.000 - 10.000 a.C.), dove sono dipinti cavalli selvatici, con impressionante verismo, ed hanno mantelli più vari: sauri, bai, morelli20.
Pertanto l'affermazione scientifica predetta resta profondamente scossa, praticamente smentita.

Le prime arcaiche forme zoologiche equine saranno state di mantello uniforme ma, per fattori ambientali, i mantelli avranno pur subito le loro variazioni.

L'Intina, che vide in Barbagia, in Nuoro, i locali cavallini, dice che « il cavallo nuorese è rimarchevole per la sua statura piccola; havvi però anche il cavallo di alta statura entrambi con segno di sangue orientale». Il cavallo piccolo « molte volte è rivestito da folto e lungo pelame che ne maschera le forme e lo fa assomigliare quasi ad una capra a dimensioni ingrandite, avendo di questa lo slancio e la sicurezza del piede »21. Ma questo cavallo descrittoci dall'Intina, vivente ancora nel secolo scorso, non è che una derivazione pressoché immediata del cavallo selvatico, di cui ha conservato le grandi caratteristiche, malgrado quel « segno di sangue orientale » citato a sproposito. I cavalli del nuorese dell'intera Barbagia sono tutti della stessa taglia e conformazione, e tutti con le stigmate della recente origine selvaggia.

Il Della Maria, al quale si deve il merito dei primi studi sull'origine degli animali domestici sardi, ripiegando su argomenti più accettabili, dice che « considerando gli equini sardi, si potrebbe, per il momento, anche avanzare la congettura che sia esistita una mandria veramente selvatica e che questa si sia associata ai cavalli domestici, abbandonati o fuggiaschi ».

Lo zooiatra e amico Della Maria ci perdonerà se, anche nella predetta asserzione siamo dissenzienti, posto che se alla mandria selvatica si fossero associati cavalli domestici riproduttori, la mandria avrebbe migliorato le sue linee morfologiche e avremmo avuto cavallini di maggior taglia. Il fatto che ammetta, anche « per il momento » l'esistenza di una mandria selvatica, vuol dire che può ammettere anche che la stessa mandria possa aver vissuto senza contatti con riproduttori domestici; e questo a noi basta.

La tesi che sia potuto accadere nell'isola « quanto si verifica nei tarpani (cavalli tartari) come per primo Gmelin22 nel 1769 ha dichiarato, e cioè i riproduttori abbiano avuto una predilezione per le femmine domestiche e che queste, in seguito all'accoppiamento, abbiano seguito gli stalloni e si siano così unite alla mandria » non sposta di un millimetro la situazione, stante che si ammette sempre una mandria selvatica. L'origine del cavallo domestico sardo, a nostro avviso, è ben diversa da quella prospettata dal Della Maria; e la spiegazione ce l'offre il Lamarmora, anche se involontariamente.

Scrive lo scienziato piemontese che « i cavalli achettoni o quartagli son così detti per la loro statura, che non supera 1 metro e 50 cm. Questa razza, che passa per la più antica del paese, sembra derivare dai cavalli arabi, coi quali ha qualche rassomiglianza »23.

Si noti l'affermazione che gli « achettoni » sembrano derivati, per qualche somiglianza, « dai cavalli arabi »; il che ha per noi, come vedremo, non lieve importanza.

Gli « achettoni » sono derivati dai cavallini di tipo ellipometrico di origine africana, numidica, che i cartaginesi importarono in Sicilia e che furono ricordati da Publio Vegezio Renato (450-510 d.C.)24, che fu veterinario della corte imperiale e che elogiò lo spirito e la resistenza alla fatica dei detti cavalli.

acchettaQuei cavalli decantati da Vegezio, sono i nostri « achettoni » che, per forma, come dice il Lamarmora, si avvicinano all'arabo, di natura resistente e di brio, come lo descrive lo stesso Vegezio, per cui l'origine del cavallo domestico sardo è da ricercarsi nei cavallini numidi, importati dai cartaginesi in Sardegna, come li importò nella Sicilia. In seguito, molto tardi, furono domati anche i cavallini selvatici. Questa nostra opinione è suffragata, dall'altra parte, dall'assenza del cavallo presso i nuragici, che lo conobbero assai tardi, e precisamente, come abbiamo osservato, in tardo periodo della dominazione punica nell'isola.

Concludendo: il cavallo domestico sardo, a nostro avviso, ebbe due origini; dal selvatico derivò il cavallo barbaricino e dai numidi l' « achettone » e in questo caso, diamo la ragione al Della Maria escludendo sempre la sua tesi della mancanza del cavallo nella fauna selvaggia sarda.

Ad opera dei cartaginesi è penetrato in Sardegna l'uso del laccio posto che nei mosaici di Utica vi sono rappresentate scene di caccia ai cavalli selvatici a mezzo di lacci per poi essere adibiti alla caccia di cervi25.

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1 LILLIU G., Scoperte e scavi di antichità fattisi in Sardegna durante gli anni 1948-49, Cagliari, «Studi Sardi», a. IX, 1950, p. 410;
2 CHERCHI PABA F., L'evoluzione storica... Op. cit., p.192.
3 DORO-LEVI, La necropoli punica di Olbia, «Studi Sardi», a. IX, 1950, I-III, tomba 46.
4 SPANO G., Scop. Arch. anno 1871, p. 52, Tav. 42.
5 Bull. Arch. Sardo, nuova Serie, Cagliari, 1884, a. I, fasc. V-VI, Tav. IV, n. 8.
6 SPANO G., Catalogo coll. arch., Op.cit., p. 77, n. 40, p. 78, n. 54.
7 Ibidem, p. 44, n. 15 e 19.
8 PAIS E., Storia della Sardegna e Corsica prima del dominio romano, Roma, 1923.
9 Bull. Arch. Sardo, nuova Serie, Op. cit., fasc. V, p. 116-117; Bull. Arch. Sardo, a. VII, p. 66. Lo Spano lo ritiene un cavallo.
10 Antiquarium di Oristano.
11 PIETRÉMENT A., Les Origines du Cheval Domestique, Paris, 1870.
12 DELLA MARIA G., Equini selvaggi in Sardegna, «Riv. Mediterranea», Cagliari, 1934, p. 34.
13 ARQUER S., Sardiniae Brevis Historia et Descriptio, in«Cosmographia del Munster» del 1543.
14 MARMOL L., Description general de Africa, Malaga, 1559, vol. II.
15 CARRILLO M., Relacion al Rey Don Philippe, ecc., Barcellona, 1616.
16 CETTI F., I quadrupedi della Sardegna, Sassari, 1774.
17 MOTZO B., La donazione dell'isola solcitiana a S. Antioco, Cagliari, 1920. MARTINI P., Storia ecclesiastica della Sardegna, Cagliari, 1841, Vol. III, p. 522.
18 CASALIS G., Dizionario geografico ecc. degli Stati Sardi, Torino, 1851, Vol XIX bis, p. 202.
19 LAMARMORA A., Voyage en Sardaigne, P. I, p. 172.
20 KÜHN H., Pitture delle caverne, Milano, 1959, Tavole.
21 INTINA L., L'agricoltura nel circondario di Nuoro, Milano, 1884, II ed., p. 44,45.
22 GMELIN A., Viaggio in Russia per ricerche nei regni della natura, Pietroburgo, 1774.
23 LAMARMORA A., Op. cit., ed. Nuraghe, Cagliari, 1926, P. I, p. 338.
24 VEGEZIO, Artis veterinariae sive Digestorum mulomedicinae, Venezia, 1544.
25 SCHLÖZER L.V., Fra i pastori sardi, trad. Mereu e Donà, Cagliari, MCMXXVI, p. 28.
26 CHERCHI PABA F., L'evoluzione storica... Op. cit., Vol. I, Cagliari 1974, pp.8, 17-24, 192, 242-252.

Ultimo aggiornamento ( Domenica 14 Luglio 2019 20:39 )