|
Morva.
E' una grave malattia infettiva trasmissibile anche all'uomo e
più facile a riscontrarsi negli animali denutriti: si appalesa
con macchie biancastre ulcerose sulla mucosa del setto nasale,
dalla fuoriuscita da esso di un secreto vischioso e dall'ingrossamento
delle ghiandole sottomascellari. Questa malattia viene pure detta
farcino perché a volte compaiono sotto la cute dei moduletti
o dei cordoni linfatici che degenerano poi in piaghe.
Nei casi dubbi si ricorre alla malleinizzazione che permette
una diagnosi sicura.
L'animale colpito va subito isolato e la scuderia disinfettata,
si dovrà inoltre escludere l'abbeverata collettiva in vasca.
Non si conoscono mezzi di cura ma soltanto di prevenzione mediante
vaccini specifici.
Tetano.
É una gravissima malattia infettiva, non contagiosa, causata
dalla penetrazione attraverso una ferita del «bacillo di
Nicolaier». Un chiodo arrugginito, un scheggia di legno
o di vetro che per una qualsiasi causa ledano i tessuti, provocano
l'infezione in quanto il suddetto microbio è ovunque diffuso e
in particolare nella polvere della strada, sulle ragnatele e persino
nelle vie digerenti del cavallo, senza però che questi ne risenti
danno, ben inteso qualora la mucosa intestinale sia integra, ma
nel caso esistessero abrasioni il germe può penetrare nel circolo
sanguigno determinando il tetano criptogenetico.
La malattia, la cui incubazione dura da 4 a 14 giorni, è caratterizzata
da violente contrazioni muscolari e soprattutto facciali (trisma)
producenti strani aspetti ed insolite posizioni del paziente:
gli accessi insorgono alle volte spontaneamente ed altre in seguito
a fatti insignificanti (rumori improvvisi, viva luce, inattese
palpazioni ecc.): la febbre è sempre molto alta (42 °C), pure
frequenti i battiti cardiaci.
Se la cura non interviene tempestivamente, dopo 2-3 giorni di
atroci dolori, sopraggiunge la morte per paralisi respiratoria.
Un sospetto della presenza della malattia può alle volte insorgere
qualora si ricordi che l'animale nel passato abbia subito delle
ferite, anche lievissime, ma non subito disinfettate, od anche
quando presenti una insolita andatura con rigidità dei movimenti.
Quale adatto intervento non c'è che l'uso di sieri antitetanici:
se l'infezione avesse a verificarsi nella coda conviene senz'altro
amputarla. Nell'attesa del veterinario sarà bene premere
la ferita per farne uscire un po' di sangue e quindi cauterizzarla
con un ferro rovente.
Farcino criptococcico.
É pur esso infettivo però anche contagioso così da richiedere
l'immediato isolamento del colpito.
Gli organi interessati riguardano specialmente gli arti, alcune
zone del tronco, il collo, la testa che abbiano subita una ferita
ulcerativa e trascurata con conseguente infiammazione purulenta
del sistema linfatico locale. Il periodo di incubazione alle volte
è breve ma più spesso assai lungo: il decorso è solitamente benigno
qualora si intervenga tempestivamente per via chirurgica.
Adenite.
É un morbo infettivo tipico dei puledri, molto meno degli
adulti: è caratterizzato dalla tumefazione delle ghiandole sottomascellari,
dapprima dura o poi molle per la formazione di pus; l'ingrossamento
provoca difficoltà nella respirazione (tanto da rendersi alle
volte necessaria la tracheotomia) e deglutizione, donde il nome
volgare di «stranguglioni» con cui la malattia è pure
nota.
Altri sintomi sono febbre alta, grave prostrazione, scolo nasale
e congiuntivale, in principio sieroso e poi muco-purulento. Il
decorso varia da 15 a 30 giorni. L'animale va subito isolato e
la scuderia disinfettata. Tra gli alimenti si eviterà il foraggio,
l'avena, i panelli ed altri mangimi richiedenti masticazione,
sostituendoli con beveroni.
L'intervento curativo consiste nella inoculazione di un siero
specifico, in frizioni con una pomata risolvente sotto le mascelle
od in applicazioni di cataplasmi di farina di lino nonché l'uso
di sulfamidici ed antibiotici.
Oftalmie periodica o mal della luna.
É caratterizzata da arrossamento della congiuntiva,
abbondante lacrimazione e comparsa di macchie biancastre ed aderenze
(sinechie) che rendono opaca la membrana cornea. Si manifesta
con intervalli da 2 a 15 giorni e, di preferenza, in soggetti
allevati in località umide, in scuderie mal tenute od anche quale
postumo della broncopolmonite. L'eziologia è ignota: si ammette
una natura leptospirosica oppure un eccesso di istamina nel sangue.
Non di rado da luogo alla cataratta (opacamente del cristallino)
ed alla cecità. Scientificamente viene denominata iridociclocoroidite
recidivante.
Soltanto il tempestivo intervento del veterinario può evitare
le suddette gravi conseguenze. Durante gli accessi del male si
applicheranno sugli occhi degli impacchi tiepidi di infuso di
camomilla od una soluzione di acido borico al 3% o vi si insufflerà
del calomelano: con una fasciatura sulla faccia si terrà il paziente
al riparo dalla luce e dell'aria.
La malattia è ereditaria, incurabile e compresa tra quelle d'azione
redibitoria.
Coliche.
Possono avere diversa origine: da forti indigestioni, dalla bevanda
troppo fredda, da foraggi contenenti piante venefiche, dalla presenza
di calcoli, tumori, vermi od altri parassiti nel tubo digerente,
o dall'arresto in esso di feci o corpi estranei.
La diagnosi può essere agevolata dal fatto che l'animale attanagliato
da atroci dolori geme, trema, suda, raspa il terreno, si getta
per terra dibattendosi ed assumendo le più strane posizioni, dette
«patognonomiche», quali quella assisa, il decubito
dorsale ecc. mentre la faccia presenta spasmodiche contrazioni
(«cavallo che ride»).
Occorre provvedere subito per l'intervento del veterinario in
quanto la morte può sopravvenire in poche ore.
Nel frattempo si allontanerà ogni sorta di cibo dalla mangiatoia,
si praticherà un clistere preparatorio di acqua saponosa ed olio
d'oliva, seguito da un secondo di circa 3 litri d'acqua contenente
g 30 ÷ 40 di cloralio: oppure si somministrerà per bocca un infuso
di camomilla (40 g in un litro d'acqua) con 15 g di laudano. Si
faranno inoltre frizioni sull'addome di alcole canforato e sugli
arti di aceto caldo; si proteggerà l'animale con una coperta e
lo si obbligherà a passeggiare.
Per formarsi un'idea della maggiore o minore gravità del male
i pratici esercitano con una mano una forte pressione sulla regione
renale: se il paziente flette la parte, il responso è benigno,
mentre se non reagisce c'è ben poca speranza di salvarlo; è comunque
una diagnosi a buon mercato.
Rogna o scabbia.
È prodotta da piccoli parassiti (da 0,2 a 0,8 mm) della famiglia
degli Acari, dal corpo ovale provvisto di appendici setolose
e di un apparato boccale foggiato per pungere e succhiare. Le
femmine sono straordinariamente prolifiche, il che spiega la facilità
con cui la malattia si diffonde, agevolata dal fatto che i suddetti
parassiti presentano una grande resistenza alle avversità ambientali.
Di essi se ne conoscono diversi generi («Sarcoptes»,
«Psoroptes», «Demodex») e ciascuno preferisce
determinate zone del corpo: alcune scavano sotto la pelle dei
cunicoli e producono dei noduletti sierosi che in seguito danno
luogo a croste; altre si annidano nei follicoli dei peli determinandone
la caduta: per lo più cagionano viva irritazione ed intenso prurito
che spinge l'animale a grattarsi estendendo così il male: appaiono
allora numerose piaghe con conseguente alterazione del ricambio,
anemia ed esaurimento.
La rogna sarcoptica è quella tipica: appare sulla testa,
collo, garrese; la demodettica inizia il suo decorso dal
ciuffo, dalla criniera e dalla base delle coda, per estendersi
alle regioni confinanti sino alle cosce, producendo vescichette
e pustolette; la simbiotica si localizza nella parte inferiore
degli arti che si ricoprono di un liquido sieroso.
L'infestione dei parassiti avviene per contatto diretto od anche
indiretto mediante bardature, coperte, mangiatoie ecc., ed è agevolato
dalla scarsa pulizia dell'ambiente e dell'animale.
Per l'esatta individualizzazione della specie degli acari bisogna
prelevare ed esaminare attentamente al microscopio un po' del
materiale patologico.
Per la cura occorre radere i peli tutt'attorno alle zone colpite,
lavarle con acqua tiepida e sapone potassico onde rammollire le
croste in modo da poterle allontanare il giorno successivo con
una spazzola; ciò fatto si asciuga la parte e la si spalma di
pomata solfocalcica o quella di Helmerich o la si unge con una
miscela di petrolio e olio. Se gli animali fossero parecchi si
può anche farli entrare, uno alla volta, in una cameretta, da
una piccola finestra della quale si lascia uscire soltanto la
testa: nel locale si fanno poi giungere dei fumi di anidride solforosa,
ripetendo la manualità per un paio di volte o più a seconda della
gravità del male.
Un altro mezzo è il seguente: si strofinano le parti colpite con
una spazzola imbevuta di una soluzione al 20% di iposolfito sodico,
ed una volta bene asciutte, si ripete il trattamento con una soluzione
di acido cloridrico al 4%; dalla reazione dei due composti chimici
si genera del gas solforoso, particolarmente deleterio per la
vita dei macroparassiti. Oggi esistono in commercio appositi preparati,
anche spray, a base di esteri fosforici.
Nel contempo si prenderanno le consuete precauzioni intese ad
evitare una maggior diffusione della malattia, isolando i primi
colpiti e disinfestando la scuderia, finimenti e quanto altro
avesse servito a detti animali, con kg 2 di estratto normale di
tabacco ed 1 kg di sapone potassico, sciolti in 100 litri di acqua:
oppure una soluzione al 5% di esacloroesano.
Erpete o tigna
Appartiene alle dermatomicosi, ossia alle alterazioni della pelle
causate dalla presenza di particolari muffe di colore grigio-biancastro:
è comune a molti altri animali. Se ne conoscono due forme principali:
la tigna tonsurante, prodotta dal fungillo del gen. Tricophyton,
e quella favosa, causata dal gen. Achorion; quest'ultima
è assai più resistente e, come quella, contagiosa anche per le
persone così che chi ha in cura degli animali dovrà prendere le
necessarie precauzioni.
Il microparassita suole insediarsi sotto il pelame e di preferenza
nelle regioni della testa, collo, spalle, fianchi, originando
delle placche rotonde od ovali che dapprima isolate finiscono
a poco a poco con l'ingrandire e confluire: i peli resi opachi
e fragili si staccano facilmente lasciando altrettante zone denudate
emananti un liquido vischioso di sgradevole odore, oppure si rivestono
di caratteristiche croste che si presentano, nella seconda forma
incavate, così da giustificare il nome di «favo».
Il prurito è lieve. Sono cause predisponenti la scarsa pulizia
della pelle, del ricovero e degli arredi spesso veicoli di contagio,
oltre ben inteso al contatto diretto.
La guarigione, se si interviene tempestivamente è quasi sempre
rapida e sicura: all'uopo prima si cerca di allontanare le croste
spalmandole di grasso o di vaselina, quindi si pennellano le zone
con una miscela in parti uguali di glicerina e tintura di jodio,
oppure vi si applica una pomata all'acido salicilico (al 10%)
od alla creolina.
Superfluo aggiungere la necessità dell'immediato isolamento dei
soggetti colpiti, della disinfezione del locale ed arredi nonché
la distruzione col fuoco dei residui della medicazione.
Ematuria dei puledri
È volgarmente detta "pisciasangue" perché caratterizzata dalla
comparsa del sangue nell'urina pervenutovi attraverso i reni in
quanto spesso conseguenza di nefriti o di altri morbi infettivi.
Si manifesta di solito due, tre giorni dopo la nascita dei redi
che d'un subito perdono la loro naturale vivacità, l'orina si
arrossa ed intorbida; le mucose degli occhi e della bocca ingialliscono.
I battiti del cuore si fanno frequenti e la temperatura cala;
se i colpiti resistono sino al quarto giorno c'è speranza di guarigione.
È ormai certo che la malattia è dovuta alla inoculazione, nella
giumenta madre, di una specie di «piroplasma» che
verrebbe poi trasmesso ai feti, particolarmente sensibili ad esso.
Il decorso della malattia è spesso assai lungo: nell'attesa del
veterinario si applichino nella regione lombare delle compresse
di acqua fredda mediante un lenzuolo più volte piegato e ben spremuto,
sovrapponendovi poi una coperta di lana e ripetendo la manualità
più volte.
Diarrea
Nei soggetti adulti può essere prodotta dalla ingestione di alimenti
troppo acquosi od alterati, oppure essere sintomo di un morbo
infettivo, mentre nei puledri può anche insorgere per non aver
potuto tettare il colostro, causa un ostico pregiudizio di ignoranti
stallieri, oppure per una infezione attraverso il cordone ombelicale,
a suo tempo non curato a dovere.
L'intervento consiste nell'applicare senapismi al ventre, nel
frizionare gli arti e nel somministrare per bocca, due volte al
giorno, e disciolta nell'acqua di riso, la seguente medicina:
salicilato di bismuto g 5, benzonaftolo g 1, oppio g 0,25, oppure
sulfamidici guamidinici.
Qualora la diarrea fosse soltanto dovuta al freddo, si facciano
bollire 30 g di corteccia di quercia in un litro di acqua e se
ne dia un paio di cucchiai due volte al giorno.
Corneggio
È dovuto a parziale paralisi dei nervi laringei, e più precisamente
del «ricorrente di sinistra», di guisa che l'aria
nella inspirazione e, nei casi gravi, anche nell'espirazione,
produce un sibilo o un rantolo caratteristico, e tanto più percepibile
se si mette l'animale al trotto («cavallo fischiatore»).
Vi sono razze più recettive di altre. Il malanno può essere ereditario
oppure postumo di qualche malattia infettiva (pleuropolmonite,
bronchite, adenite, ecc.), o conseguenza della ingestione di sostanze
tossiche, od anche di fatti traumatici: alle volte è accompagnato
da tosse; è compreso tra quelli redibitori, e se non curato subito
col tempo diviene cronico: l'intervento può essere clinico, mediante
la somministrazione di preparati jodici od arsenicali, per via
orale o parenterale, oppure chirurgico, però di non facile attuazione.
Bolsaggine
È causata dallo sfiancamento degli alveoli polmonari e si appalesa
col cosiddetto «contraccolpo»; la cura, sia clinica
che chirurgica, specialmente quando il male è cronico, è di esito
dubbio. Si osserva nei soggetti sottoposti a notevole sforzo come
si verifica per quelli da tiro o da caccia. Le cause possono essere
traumi, avvelenamento o pregresse infezioni, dovute al fatto che
la inspirazione si verifica in due tempi. La malattia è di solito
accompagnata da tosse debole e secca, a decorso lungo e di azione
redibitoria: l'animale può però egualmente essere utilizzato purchè
si abbia l'avvertenza di sottoporlo a cure e ricostituenti, di
cibarlo con foraggi verdi e beveroni, escludendo in via assoluta
il fieno polveroso, imbrattato, ammuffito.
Le bronchiti e le polmoniti, quasi sempre conseguenze
del freddo e dell'umido, possono avere anche esito letale se si
ritarda a far ricorso all'opera del veterinario, in attesa del
quale si praticheranno delle frizioni sul torace con una embrocazione
o vi si applicheranno dei cataplasmi senapati.
La glossite e la stomatite, ossia la infiammazione
della lingua o della bocca, si curano con ripetuti lavaggi di
acqua ossigenata o perborato di sodio all'1% o glicerina iodata
od aceto. La stomatite in particolare può presentarsi sotto il
vario aspetto di «vescicolare», «aftosa»,
ecc.: tutto il palato si presenta arrossato e così infiammato
da rendere penosa la masticazione: alle volte si riscontrano complicazioni
con la comparsa di pseudomembrane, pustole, ingorghi ghiandolari,
febbre, ecc. Si tengano i soggetti a dieta, sostituendo il consueto
foraggio con beveroni di latte, crusca, farinette.
Il mal della talpa e quello del garrese sono delle
lesioni suppurative necrotiche che si formano, il primo alla nuca
ed il secondo all'inizio del dorso, a cagione dei finimenti logori
o disadatti perché producenti un continuo sfregamento, oppure
dalla presenza di batteri: si origina così una ferita che poi
infettata produce pus. Il malanno è favorito dalla scarsa pulizia
e dal miserevole stato dell'animale. Si eliminino innanzitutto
le cause e si provveda poi ad un lavacro con sapone alla creolina
in attesa che il veterinario intervenga chirurgicamente. La guarigione
è sovente assai lunga richiedendo anche dei mesi.
L'inchiodatura è conseguente all'avere il maniscalco conficcati
male i chiodi dei ferri: occorre toglierli, disinfettare e, nel
caso che la regione si presentasse gonfia, applicarvi degli impacchi
di acqua vegeto-minerale. Contro i cosiddetti chiodi di strada,
si allontani prima il corpo estraneo - che può essere anche una
scheggia di ferro, di vetro o di legno - si pulisca la parte dall'eventuale
sudiciume, e si disinfetti con alcole o con unguento egiziano
o con un batuffolo di cotone imbevuto di catrame, fermandolo in
posto con una fasciatura.
Contro le flaccature giovano le applicazioni di creta impastata
con aceto.
Le contusioni, caratterizzate da tumefazioni di tessuti
molli, in conseguenza di urti, colpi ecc. si curano come le precedenti
o con impacchi di acqua fredda addizionata di sostanze astringenti.
Contro l'oftalmite semplice, che è l'infiammazione del
globo oculare prodotta da frustate o dalla penetrazione di un
corpo estraneo (ed in tal caso dopo di aver rovesciata la palpebra
si cercherà di asportarlo), giovano i bagnuoli, fatti con una
spugna imbevuta di infuso di camomilla, da ripetersi due, tre
volte al giorno e, qualora esistesse una forte lacrimazione, unendovi
g 6, per litro, di solfato di zinco.
Le piaghe estive sono delle ulcerazioni granulose e pruriginose
che si riscontrano, all'inizio della calda stagione, specialmente
sul dorso e sugli arti, per cicatrizzarsi a poco a poco col sopravvenire
del freddo. Sono dovute alle larve di un vermiciattolo filiforme
e biancastro (Filaria irritans) diffuso dalle mosche sulle
screpolature della pelle. Il male si rinnova ogni anno. L'unico
intervento efficace è quello chirurgico.
Si chiamano guidaleschi le lesioni che compaiono sul collo,
garrese , dorso e fianchi in conseguenza della pressione e dello
sfregamento delle bardature, tanto più se corrose o troppo strette.
Il punto offeso, per l'arresto della circolazione sanguigna, si
copre di un disco quasi corneo che successivamente cade mettendo
a nudo una piaga. Occorre tenere l'animale a riposo finché la
ferita, dopo esser stata disinfettata e cosparsa di polvere astringente,
si cicatrizzi. Nel contempo, si elimini la causa, riparando i
finimenti.
Le ragadi o crepacce sono delle screpolature lineari
più o meno profonde della pelle che si osservano di preferenza
sulla parte posteriore ed inferiore degli arti in seguito a maldestre
applicazioni di vescicanti. Si curano con impacchi tiepidi di
soluzioni disinfettanti o con adatte pomate antisettiche e cicatrizzanti.
Le formelle od esostosi falangee compaiono specialmente
in corrispondenza delle articolazioni del nodello degli arti posteriori:
si curano con impacchi caldo-umidi o con pomata biodurata ed addizionata
di trementina o di cantaride: desiderando un rimedio più rapido
ed energico si ricorre alla cauterizzazione.
Contro le ferite aperte, di limitata ampiezza così da non
richiedere la sutura, dopo di averle deterse dalle materie estranee,
si disinfettano e si cospargono di una polvere cicatrizzante (xeroformio,
dermatolo, carbone fenicato, ecc.). Per quelle dei piedi è particolarmente
raccomandabile la «pasta Socin» costituita da ossido
di zinco g 45 e cloruro di zinco g 0,5 e lanolina q.b. Se vi fosse
tendenza alla suppurazione si adotta la pomata alla penicillina.
Il prurito cutaneo può essere dovuto a cause diverse: presenza
di vermi, di estri od altri parassiti: allergia per determinati
alimenti (mais o veccia): alterazioni funzionali dell'intestino,
fegato, reni; exema caudale ecc.
L'animale ossessionato dalla continua prurigine cerca, per quanto
gli è possibile, di leccarsi, grattarsi ed anche mordersi. Per
intervenire in modo adeguato bisogna ricercare la causa: si lenisca
comunque la insofferenza con impacchi di acqua fredda o di crusca
o con anestetici.
Gli ingromi, le borsiti ed altre tumefazioni siero-fibrose
delle regioni declivi degli arti, sono di solito la conseguenza
di sforzi prolungati o di fatti traumatici, e siccome il più delle
volte non ostacolano il normale lavoro dell'animale, sia da tiro
che da sella, risultano anche indolori, ne consegue che il proprietario
non se ne occupa granché e concorrendo così ad aggravare e cronicizzate
il male. L'intervento consiste in impacchi caldi e ripetuti massaggi
con pomate jodo-jodurate o mercuriali e, nei casi ribelli, con
focature.
Contro le setole che sono delle screpolature degli zoccoli,
giova l'applicazione del seguente mastice: colofonia parti 25,
cera gialla p.6, terra d'ombra p. 12, fatte fondere a fuoco lento
ed in ultimo aggiungendo, e sempre mescolando, p. 6 di nero d'avorio.
Le distorsioni sono una conseguenza di sdrucciolamenti,
di passi falsi, salti ecc. Si curano con impacchi freddi di acqua
vegeto-minerale, per eliminare il processo infiammatorio e, se
nei giorni successivi persistesse il gonfiore, si faranno frizioni
con una embrocazione o si applicherà un vescicante.
L'incoronamento dei ginocchi, dovuto a cadute, può presentarsi
o no con la pelle lacerata: nel primo caso si applica un po' di
unguento egiziaco ed jodoformio al 10% e si fascia; nel secondo
caso bastano degli impacchi di acqua vegeto-minerale.
Alla incapestratura, che è una escoriazione dell'osso pastorale,
prodotta dalla corda della cavezza, si rimedia disinfettando la
ferita e spalmandola poi di vaselina borica.
Contro i vesciconi, che sono degli ingorghi sinoviali tipici
delle articolazioni dei garretti, e prodotti da eccessivo sforzo,
si rimedia con impacchi freddi, pennellature di tintura di jodio
o con la cauterizzazione. Consigliabile l'uso delle fasce di lana.
Le zoppicature non sono facili a diagnosticare se non da
una persona dell'arte, potendo essere diversa la causa e la sede
del male.
Per riconoscere in quale arto risiede il malanno occorre tener
presente che l'animale, da fermo, tiene in riposo l'arto dolorante,
mentre se si mette in moto, dà il cosiddetto «colpo di testa»
se la zoppia è nel bipede anteriore, ed il «colpo d'anca»
se in quello posteriore: e cioè il cavallo cerca sempre di spostare
il centro di gravità del corpo in modo da alleviare la estremità
claudicante. Inoltre, qualunque sia la sede e l'arto ammalato,
si riscontra una minore distensione del relativo nodello, agendo
esso al pari di un cuscinetto.
Variando la causa del male diversa sarà pure la cura. Qualora
si trattasse di una inchiodatura si veda quanto già esposto in
precedenza.
La ninfomania, che è un anormale sfrenato stimolo sessuale,
va subito curata perché le cavalle finiscono col divenire irascibili
ed anche pericolose. Giovano all'uopo i ripetuti blandi purganti,
in regime rinfrescante con esclusione dell'avena e, se non si
raggiungesse lo scopo, la somministrazione, per una settimana,
di una pillola al giorno di g 6 di bromuro di canfora od altro
tranquillante. Qualora il male fosse dovuto a cisti ovariche od
a turbe neuro ormoniche è necessario un intervento chirurgico.
Gli estri sono degli insettucci rossastri punteggiati di
nero, lunghi 15 mm le cui femmine, sempre più numerose dei maschi
nelle ore più soleggiate estive, depositano, tra i peli dei cavalli
pascolanti, le loro uova attaccandovele con saliva gommosa; i
cavalli, all'avvicinarsi dei parassiti, prevedendone le tristi
conseguenze, vengono presi da viva agitazione e cercano di difendersi
come possono con bruschi movimenti della testa, della coda, degli
arti ed anche con una precipitosa fuga, ma sempre col risultato
vano. Dalle uova, dopo 4-5 giorni, nascono delle larvettine di
colore rossastro, lunghe 2 cm, che peregrinando sulla pelle dell'animale
danno luogo ad un fastidioso prurito a cui la vittima non trova
di meglio che leccarsi ripetutamente: in tal modo deglutite vanno
a fissarsi, con gli uncini di cui sono provviste, sulla mucosa
stomacale ed alle volte anche in numero di parecchie centinaia,
cagionando ora delle coliche ed ora, al momento della espulsione,
dopo una diecina di mesi, raccogliersi attorno all'apertura anale
provocandovi vivissima irritazione ed accentuata infiammazione.
Dopo un paio di giorni, cadendo sul terreno, vi si infossano e
si incrisalidano e dopo un mese si trasformano in insetti perfetti
per ricominciano il ciclo suddetto.
Per la cura occorre somministrare, a due ore di intervallo, 2
capsule di solfuro di carbonio ed il giorno successivo una purga.
La prevenzione si attua non lasciando al pascolo, o non facendo
lavorare, gli animali nelle ore più soleggiate e sottoponendoli,
prima che rientrino nel ricovero, ad un accurato governo della
mano: uova di larve, cadute per terra verranno raccolte su di
un giornale ivi disteso e quindi schiacciate o bruciate.
Delle mosche e del modo di combatterle se ne è già a lungo
parlato nella Parte generale:sarà però opportuno ricordare come
alcune specie siano assai temibili perché essendo ematofaghe possono
divenire trasmettitrici di pericolose malattie inoculando batteri
provenienti da altri animali ammalati, o ad escrementi, o da materie
in putrefazione in genere; altre volte sono la causa delle tipiche
forme di miasi intestinali e delle piaghe estive.
Fra le specie più comuni sono la mosca cavallina (ippobosca),
la bovina e la ovina, tenaci nel seguire ed assalire
il bestiame.
Circa la difesa indiretta se ne è già parlato e per quella diretta
giovano periodiche frizioni delle zone preferite dai parassiti
con decotto di foglie di noce, o di irrorazioni di esacloroesano
al 5%, oppure con altri insetticidi in polvere, o con applicazione
di moschiere agli animali durante il lavoro.
La ftiriasi, dovuta alla ingestione di pidocchi, si riscontra
negli animali denutriti, trascurati al riguardo del governo della
mano e tenuti in scuderie sporche.
Questi parassiti, nutrendosi di sangue a spese di chi li ospita,
cagionano una viva irrequietezza, un graduale dimagramento ed,
in alcuni casi, anche escoriazioni e trasmissione di batteri patogeni.
Occorre quindi stare in guardia e combatterli senza tregua: all'uopo,
dopo avere tosato l'animale, ed abbruciati i peli asportati, si
fanno prima dei lavaggi con acqua ed aceto, per provocare il distacco
delle uova, o lendini, indi si strofina il corpo con una
spazzola imbevuta di una soluzione di creosoto o di creolina (al
5%), o di decotto di lupini, o di petrolio, o di legno quassio
(g 125 in 10 litri di acqua) oppure praticando lavaggi con acqua
tiepida e sapone alla nicotina.
Contro le zecche si usano polverizzazioni di gammesano
o spugnature di una soluzione insetticida.
1 M.CORTESE, Piccola enciclopedia
pratica dell'allevatore, Terza edizione, Editore Ulrico Hoepli,
Milano 1981
|