Viene
ora l'altro divertimento, che praticasi in Oristano nel
carnevale, quale
è nominato SARTIGLIA, divertimento carnevalesco, corsa
a cavallo con maschera veramente bella a vedersi.
In questo modo ci ritroviamo a parlare anche
per l'edizione 2010 di quella che rimane una delle massime
espressioni storiche folkloristiche e di costume della nostra
Isola: la Sartiglia
di Oristano che con tutto il suo rituale, continua ad
emozionare ed a mantenere intatto il suo sapore magico e
sacro.
Il Torneo ha sicuramente origini molto remote e sembra siano
stati i Crociati ad averlo introdotto in Occidente, fra il
1118 e il 1200 ovvero fra la prima e terza Crociata, unitamente
alla Quintana di Foligno e alla Corsa del Saracino di
Arezzo. I crociati appresero dai Saraceni, loro avversari,
questi giochi militari che si rivelarono molto utili per
l'addestramento delle milizie.
Antichi storici di milizie descrivono che il gioco dell'anello
consisteva nel sospendere, nel percorso stabilito, un anello all'altezza
di un uomo a cavallo che il cavaliere doveva cercar di
infilzare con la lancia o con la spada. In seguito il gioco
dell'anello e della quintana vennero chiamati giuochi
d'armi cortesi in quanto caduta in disuso la lancia per
l'invenzione della polvere da sparo, tali giuochi vennero
adottati solo come esercizi di addestramento delle giovani
reclute di cavalleria.
Tali giochi ebbero larga diffusione e successo in Spagna
dove i giovani del luogo competevano con i validi cavalieri
moreschi. Ed è proprio così la Sortija spagnola
che venne importata in Sardegna, non già dalla Toscana,
ma dalla Spagna stessa dove ancor prima degli spagnoli la
praticarono i Mori. I legami tra la Corte d'Arborea e la
Corte Aragonese, permise che giudici e donnicelli di quest'ultima
corte venissero educati presso la Corte d'Aragona e di conseguenza
aver introdotto il gioco equestre nella città giudicale.
Si potrebbe datare la presenza della Sartiglia ad Oristano
intorno alla metà del sec. XIII.
Nel 1479 dopo la disfatta di Macomer, gli Aragonesi entrarono
in Oristano, e la Sartiglia ebbe un notevole incremento.
L'evoluzione della Sartiglia seguì l'andamento della
storia: con la trasformazione delle strutture feudo-cavalleresche,
il gioco venne trasferito in ambiente borghese e popolare
e se dapprima era espressione del folklore delle classi nobili
e di potere, solo in seguito diverrà espressione di
vita, costumi e tradizioni popolari. Che il gioco equestre
ebbe provenienza spagnola
è fuor dubbio, ad iniziare dallo stesso nome Sartiglia
che deriva proprio dallo spagnolo Sortija e quest'ultima
dal Latino Sorticula, anello, ma anche diminutivo
di Sors, fortuna.
Così come di chiara derivazione ispanica è il
nome di colui che è il capo supremo della corsa su "Componidori"
da "Componedor", il maestro di campo figura tipicamente
militare della sortija spagnola. La tradizione narra che
durante il Carnevale, frequenti furono le risse sanguinose
fra i soldati aragonesi e i cavalieri locali: proprio la
confusione carnevalesca era un' occasione propizia per dare
sfogo all'odio dei locali nei confronti degli aragonesi dominatori.
Al fine di scongiurare tali episodi nel 1500 un canonico
della Cattedrale, Giovanni Dessì, istituì un
legato a favore del Gremio dei Contadini per il mantenimento
nella Sartiglia.
Il gremio, in seguito società di Santu Juanni e'
froris, ha goduto di un lascito con l'usufrutto di un
fondo rustico per sostenere tutte le spese necessarie perchè la
corsa si effettuasse. Il ricavato di detto fondo doveva essere
devoluto esclusivamente per la Sartiglia da qui il nome di "Su
Cungiau de Sa Sartiglia".
Da quel momento venne assunto l'impegno di far correre la
Sartiglia l'ultima domenica di Carnevale, dopo il canto del
Vespro da parte del Capitolo, mentre per la corsa del martedì successivo
l'impegno venne rispettato in seguito dal Gremio dei Falegnami
(Società
di San Giuseppe). Condizione improrogabile è quella
di far svolgere la corsa in qualsiasi situazione metereologica,
economica, sociale.
Abbiamo sottolineato che la Sartiglia è interamente
sotto la direzione de su "Componidori" figura che
richiama alla mente tutto il mondo militare, cavalleresco
e nobile del passato. Il 2 di febbraio, il giorno della Candelora
il paese viene a conoscenza dell'identità
del Componidori poichè il presidente del gremio con
tutti i gremianti gli porta la benedizione e la candela (di
San Giovanni o di San Giuseppe); egli a sua volta sceglie
e contatta i suoi due luogotenenti: su "Segundu"
e su "Terzu ".
Dopo lunghi e faticosi preparativi,
arriva il giorno della competizione quando il primo atto
della manifestazione
è la Vestizione de su "Componidori' momento magico
e di grande carica emotiva per chi ha avuto la fortuna di
assistervi La vestizione avviene su un tavolo (mesitta) sul
quale è posta una sedia per su "Componidori",
il quale verrà vestito con cura da due ragazze in
costume. "sas massaieddas" guidate dalla moglie
del Majorali "Sa massaia manna". Il capo-corsa
si presenta al rito con i calzoni corti aderenti di pelle
color miele e gli stivaloni; il suo costume non differisce
di molto dal costume tipico di contadino campidanese del
'700. A questo, si aggiunge il coietto, un giaccone di pelle
senza maniche che copre dalle spalle alle ginocchia; ai fianchi
è stretto da un largo cinturone di pelle; quindi sulle
maniche sbuffate della candida camicia di lino vengono legati
due fiocchi di seta del colore del gremio (rosso o rosa).
Ogni mutamento della figura avviene in una atmosfera irreale
e solenne: è la magia della trasformazione. Dopo il
coietto è la volta dell'elemento più
importante: la maschera. Essa viene assicurata al volto oltre
che da legacci, da fazzoletti di seta che fasciano la nuca
e il viso del cavaliere, lungo l'orlo della maschera stessa.
Il rullo dei tamburi si fa assordante sempre più;
non c'è più l'uomo con un nome e con un viso:
ora è su "Componidori", un semidio senza
gioia ne dolore ne sesso e la maschera di legno appare androgina,
maschile e femminile allo stesso tempo.
La vestizione, scandita
dal suono dei tamburini e squilli di tromba, con la sistemazione,
sul capo del cavaliere, del velo bianco finemente ricamato
e sopra un cappello a cilindro nero. Ultimata la vestizione
viene introdotto nella stanza il cavallo ed avvicinato al
tavolo poiché su "Componidori" dal momento
in cui
è salito sul tavolo per la vestizione, egli non potrà
più toccare terra. Secondo la tradizione cavalleresca,
la magia del rito ha trasmesso al cavaliere una carica particolare
che da essere umano lo fa divenire essere divino, ed in seguito
a questa sacralità
egli rispetta l'antica regola: una volta in sella su "Componidori"
non "podi ponni pei in Terra" (non può mettere
piede in terra) poiché in tal caso annullerebbe la
sua sacralità. Una volta assestato il cavallo, su "Componidori",
riceve da d'Oberaju Majore (il Presidente del Gremio) la
cosiddetta "Pippia de Maju" (Pupa di maggio) una
sorta di scettro composto da un fascio di pervinca con alle
estremità due grossi mazzi di viole mammole. Lo scettro è una
delle tante forme dei cosiddetti maggi ovvero rami fioriti,
mazzi o addirittura un intero albero presenti in particolari
solennità per l'inizio della primavera: dunque un'espressione
della natura in crescita. Con la "Pippia de Maju" su "Componidori"
segna un'ampia croce sui presenti in segno di benedizione
e "Sa Massaia Manna" invoca l'aiuto di San Giovanni
("Santu Giuanni t'assistada") o San Giuseppe ("Santu
Giuseppi t'assistada").
A questo punto il silenzio regna
all'interno dell'ampio salone dove
è avvenuta la vestizione; questo per non innervosire
ulteriormente il cavallo che deve uscire per dare inizio
alla sfilata. Su "Componidori"
con grande calma e freddezza monta sul cavallo e si riversa
supino su di esso indirizzandolo verso l'uscita. Dinnanzi
alla porta su "Componidori"
viene accolto dai suoi due aiutanti di campo (su Segundu
e su Terzu) e da tutti gli altri cavalieri mascherati, vestiti
con splendidi costumi e cavalli riccamente bardati. Tutt'intorno
la magnifica coreografia della folla che applaude e che s'appresta
a seguire il culmine della manifestazione: la corsa alla
stella. Il tutto viene sottolineato dal ritmo impeccabile
dei tamburini e dagli squilli di tromba che ci riportano
indietro di qualche secolo. Si forma così il corteo
che dovrà
raggiungere il Duomo: dinnanzi tamburini e trombettieri appiedati,
dietro la bandiera del Sodalizio seguita da s'Oberaju Majore
o Maggiorali, il suo vice e tutti i membri del Gremio che
portano le spade, lo stocco e la stella. Dietro avanza imponente
su "Componidori" con alla sua destra su "Segundu" e
alla sua sinistra su "Terzu"
cui seguono i numerosissimi cavalieri scalpitanti e fieri.
Il luogo dello spettacolo è presso la cattedrale,
ed ivi in mezzo al popolo muovono da una parte su "Componidori",
dall'altra su "Segundu"
scontrandosi sotto il nastro che ha pendente la stella; incrociando
le spade, saluta per tre volte le persone presenti alla giostra
e per tre volte passa sotto la stella con un evidente valore
propiziatorio. Il rullare sempre più insistente dei
tamburi preceduto dagli squilli di tromba, sottolineano la
spettacolarità della festa.
L'immagine del cavaliere
al galoppo, con il braccio teso, spada in pugno con la quale
sfida la sorte, rimane impressa negli occhi di tutti i presenti.
Se la stella viene infilzata, l'entusiasmo della folla è
al massimo, ma se pèr sfortuna il cavaliere fallisce
l'obiettivo si ha un'esclamazione di delusione.Su componidori
concede la spada ad altri cavalieri in segno di fiducia o
di sfida per poter manifestare tutta la loro bravura: tentano
la sorte alla stella e quanto più, numerosi saranno
i centri tanto più generoso sarà il raccolto.
La corsa si conclude con su "Componidori" che attraversa
il percorso, supino sul cavallo, benedicendo con sa "Pippia
de Maju"
la folla che applaude (sa "Remada").
Ricomposto
quindi ìl corteo, ci si appresta ad assistere in Via
Mazzini alla corsa acrobatica delle pariglie ove tutti i
cavalieri, tranne "su "Componidori"
ed i due luogotenenti, si esibiscono a pariglias in tre sfidandosi
in spericolate acrobazie equestri. I cavalieri hanno occasione
di esplicare tutta l'abilità e il coraggio effettuando
figure acrobatiche stando in piedi sulla groppa dei loro
cavalli in uno sfrenante galoppo. E la parte più spettaco1are
della manifestazione ove si nota la simbiosi uomo-cavallo
e dove la sacralità viene sostituita dal coraggio
e la bravura individuale si manifesta con il gioco di squadra.
No si ha la percezione del pericolo poiché le figure
sono provate e riprovate. Se uno ha paura non corre... un
occhio al cielo che diventa più scuro... una sensazione
di appagamento o di delusione alla fine.., ma ... su tutto...
un'idea:- "Se l'anno prossimo fossi io su Componidori
?". L'ombra grande della sera coi primi brividi di freddo,
getta sulla folla e sui cavalieri un alone di tristezza,
finché su "Cumponidori" affiancato da su
Segundu e da su Terzu annuncia la fine della competizione
passando, di gran galoppo, supino sul cavallo, con sa "Pippia
De Maju" vibrata in gran segni di croce. E lo spettacolo è finito.
Su "Cumponidori"
in testa tra su Segundu e su Terzu e tutti gli altri al seguito,
si dirigono verso dove si tiene la cerimonia della Svestizione.
Rimossa la maschera si scopre il volto dell'uomo pieno di
soddisfazione e di gioia per essere stato chiamato dalla
sorte a rivivere un momento della storia e delle tradizioni
oristanesi. Al rito di chiusura tutti i partecipanti alla
giostra carnevalesca partecipano a una cena particolarmente
festosa (con squilli di tromba e rullare di tamburi) offerta
dai Gremì
organizzatori. Ringraziando San Giovanni o San Giuseppe per
aver terminato
"bius e sanusu" (vivi e sani) anche questa Sartiglia
augura a tutti:
et bivat Su Componitori! .... e Su Segundu! ... e Su Terzu!
e Su Presidenti! .... e tottu Sa Cumpangia!
"ATRUS' ANNUS MELLUS"
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Regata
sponsor de "Sa Sartiglia"

Tamburini

Dopo
il rito della vestizione "Su Componidore" benedice
la folla.

Non
c'è
più l'uomo con un nome,
con un viso: ora è
"Su Componidori", un semidio...
PARIGLIE ACROBATICHE
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