Viene
ora l'altro divertimento, che praticasi in Oristano nel carnevale, quale
è nominato SARTIGLIA, divertimento carnevalesco, corsa a cavallo
con maschera veramente bella a vedersi.
In questo modo ci ritroviamo a parlare anche per l'edizione 2001 di
quella che rimane una delle massime espressioni storiche folkloristiche
e di costume della nostra Isola: la Sartiglia di Oristano che
con tutto il suo rituale, continua ad emozionare ed a mantenere intatto
il suo sapore magico e sacro.
Il Torneo ha sicuramente origini molto remote e sembra siano stati i
Crociati ad averlo introdotto in Occidente, fra il 1118 e il 1200 ovvero
fra la prima e terza Crociata, unitamente alla Quintana di Foligno
e alla Corsa del Saracino di Arezzo. I crociati appresero dai
Saraceni, loro avversari, questi giochi militari che si rivelarono molto
utili per l'addestramento delle milizie.
Antichi storici di milizie descrivono che il gioco dell'anello consisteva
nel sospendere, nel percorso stabilito, un anello all'altezza di
un uomo a cavallo che il cavaliere doveva cercar di infilzare con
la lancia o con la spada. In seguito il gioco dell'anello e della quintana
vennero chiamati giuochi d'armi cortesi in quanto caduta in disuso
la lancia per l'invenzione della polvere da sparo, tali giuochi vennero
adottati solo come esercizi di addestramento delle giovani reclute di
cavalleria.
Tali giochi ebbero larga diffusione e successo in Spagna dove i giovani
del luogo competevano con i validi cavalieri moreschi. Ed è proprio
così la Sortija spagnola che venne importata in Sardegna, non
già dalla Toscana, ma dalla Spagna stessa dove ancor prima degli
spagnoli la praticarono i Mori. I legami tra la Corte d'Arborea e la
Corte Aragonese, permise che giudici e donnicelli di quest'ultima corte
venissero educati presso la Corte d'Aragona e di conseguenza aver introdotto
il gioco equestre nella città giudicale. Si potrebbe datare la
presenza della Sartiglia ad Oristano intorno alla metà del sec.
XIII.
Nel 1479 dopo la disfatta di Macomer, gli Aragonesi entrarono in Oristano,
e la Sartiglia ebbe un notevole incremento. L'evoluzione della Sartiglia
seguì l'andamento della storia: con la trasformazione delle strutture
feudo-cavalleresche, il gioco venne trasferito in ambiente borghese
e popolare e se dapprima era espressione del folklore delle classi nobili
e di potere, solo in seguito diverrà espressione di vita, costumi
e tradizioni popolari. Che il gioco equestre ebbe provenienza spagnola
è fuor dubbio, ad iniziare dallo stesso nome Sartiglia che deriva
proprio dallo spagnolo Sortija e quest'ultima dal Latino Sorticula,
anello, ma anche diminutivo di Sors, fortuna.
Così come di chiara derivazione ispanica è il nome di
colui che è il capo supremo della corsa su "Componidori"
da "Componedor", il maestro di campo figura tipicamente militare
della sortija spagnola. La tradizione narra che durante il Carnevale,
frequenti furono le risse sanguinose fra i soldati aragonesi e i cavalieri
locali: proprio la confusione carnevalesca era un' occasione propizia
per dare sfogo all'odio dei locali nei confronti degli aragonesi dominatori.
Al fine di scongiurare tali episodi nel 1500 un canonico della Cattedrale,
Giovanni Dessì, istituì un legato a favore del Gremio
dei Contadini per il mantenimento nella Sartiglia.
Il gremio, in seguito società di Santu Juanni e' froris,
ha goduto di un lascito con l'usufrutto di un fondo rustico per sostenere
tutte le spese necessarie perchè la corsa si effettuasse. Il
ricavato di detto fondo doveva essere devoluto esclusivamente per la
Sartiglia da qui il nome di "Su Cungiau de Sa Sartiglia".
Da quel momento venne assunto l'impegno di far correre la Sartiglia
l'ultima domenica di Carnevale, dopo il canto del Vespro da parte del
Capitolo, mentre per la corsa del martedì successivo l'impegno
venne rispettato in seguito dal Gremio dei Falegnami (Società
di San Giuseppe). Condizione improrogabile è quella di far svolgere
la corsa in qualsiasi situazione metereologica, economica, sociale.
Abbiamo sottolineato che la Sartiglia è interamente sotto la
direzione de su "Componidori" figura che richiama alla mente
tutto il mondo militare, cavalleresco e nobile del passato. Il 2 di
febbraio, il giorno della Candelora il paese viene a conoscenza dell'identità
del Componidori poichè il presidente del gremio con tutti i gremianti
gli porta la benedizione e la candela (di San Giovanni o di San Giuseppe);
egli a sua volta sceglie e contatta i suoi due luogotenenti: su "Segundu"
e su "Terzu ". Dopo lunghi e faticosi preparativi, arriva
il giorno della competizione quando il primo atto della manifestazione
è la Vestizione de su "Componidori' momento magico e di
grande carica emotiva per chi ha avuto la fortuna di assistervi La vestizione
avviene su un tavolo (mesitta) sul quale è posta una sedia per
su "Componidori", il quale verrà vestito con cura da
due ragazze in costume. "sas massaieddas" guidate dalla moglie
del Majorali "Sa massaia manna". Il capo-corsa si presenta
al rito con i calzoni corti aderenti di pelle color miele e gli stivaloni;
il suo costume non differisce di molto dal costume tipico di contadino
campidanese del '700. A questo, si aggiunge il coietto, un giaccone
di pelle senza maniche che copre dalle spalle alle ginocchia; ai fianchi
è stretto da un largo cinturone di pelle; quindi sulle maniche
sbuffate della candida camicia di lino vengono legati due fiocchi di
seta del colore del gremio (rosso o rosa). Ogni mutamento della figura
avviene in una atmosfera irreale e solenne: è la magia della
trasformazione. Dopo il coietto è la volta dell'elemento più
importante: la maschera. Essa viene assicurata al volto oltre che da
legacci, da fazzoletti di seta che fasciano la nuca e il viso del cavaliere,
lungo l'orlo della maschera stessa. Il rullo dei tamburi si fa assordante
sempre più; non c'è più l'uomo con un nome e con
un viso: ora è su "Componidori", un semidio senza gioia
ne dolore ne sesso e la maschera di legno appare androgina, maschile
e femminile allo stesso tempo. La vestizione, scandita dal suono dei
tamburini e squilli di tromba, con la sistemazione, sul capo del cavaliere,
del velo bianco finemente ricamato e sopra un cappello a cilindro nero.
Ultimata la vestizione viene introdotto nella stanza il cavallo ed avvicinato
al tavolo poiché su "Componidori" dal momento in cui
è salito sul tavolo per la vestizione, egli non potrà
più toccare terra. Secondo la tradizione cavalleresca, la magia
del rito ha trasmesso al cavaliere una carica particolare che da essere
umano lo fa divenire essere divino, ed in seguito a questa sacralità
egli rispetta l'antica regola: una volta in sella su "Componidori"
non "podi ponni pei in Terra" (non può mettere piede
in terra) poiché in tal caso annullerebbe la sua sacralità.
Una volta assestato il cavallo, su "Componidori", riceve da
d'Oberaju Majore (il Presidente del Gremio) la cosiddetta "Pippia
de Maju" (Pupa di maggio) una sorta di scettro composto da un fascio
di pervinca con alle estremità due grossi mazzi di viole mammole.
Lo scettro è una delle tante forme dei cosiddetti maggi ovvero
rami fioriti, mazzi o addirittura un intero albero presenti in particolari
solennità per l'inizio della primavera: dunque un'espressione
della natura in crescita. Con la "Pippia de Maju" su "Componidori"
segna un'ampia croce sui presenti in segno di benedizione e "Sa
Massaia Manna" invoca l'aiuto di San Giovanni ("Santu Giuanni
t'assistada") o San Giuseppe ("Santu Giuseppi t'assistada").
A questo punto il silenzio regna all'interno dell'ampio salone dove
è avvenuta la vestizione; questo per non innervosire ulteriormente
il cavallo che deve uscire per dare inizio alla sfilata. Su "Componidori"
con grande calma e freddezza monta sul cavallo e si riversa supino su
di esso indirizzandolo verso l'uscita. Dinnanzi alla porta su "Componidori"
viene accolto dai suoi due aiutanti di campo (su Segundu e su Terzu)
e da tutti gli altri cavalieri mascherati, vestiti con splendidi costumi
e cavalli riccamente bardati. Tutt'intorno la magnifica coreografia
della folla che applaude e che s'appresta a seguire il culmine della
manifestazione: la corsa alla stella. Il tutto viene sottolineato dal
ritmo impeccabile dei tamburini e dagli squilli di tromba che ci riportano
indietro di qualche secolo. Si forma così il corteo che dovrà
raggiungere il Duomo: dinnanzi tamburini e trombettieri appiedati, dietro
la bandiera del Sodalizio seguita da s'Oberaju Majore o Maggiorali,
il suo vice e tutti i membri del Gremio che portano le spade, lo stocco
e la stella. Dietro avanza imponente su "Componidori" con
alla sua destra su "Segundu" e alla sua sinistra su "Terzu"
cui seguono i numerosissimi cavalieri scalpitanti e fieri. Il luogo
dello spettacolo è presso la cattedrale, ed ivi in mezzo al popolo
muovono da una parte su "Componidori", dall'altra su "Segundu"
scontrandosi sotto il nastro che ha pendente la stella; incrociando
le spade, saluta per tre volte le persone presenti alla giostra e per
tre volte passa sotto la stella con un evidente valore propiziatorio.
Il rullare sempre più insistente dei tamburi preceduto dagli
squilli di tromba, sottolineano la spettacolarità della festa.
L'immagine del cavaliere al galoppo, con il braccio teso, spada in pugno
con la quale sfida la sorte, rimane impressa negli occhi di tutti i
presenti. Se la stella viene infilzata, l'entusiasmo della folla è
al massimo, ma se pèr sfortuna il cavaliere fallisce l'obiettivo
si ha un'esclamazione di delusione.Su componidori concede la spada ad
altri cavalieri in segno di fiducia o di sfida per poter manifestare
tutta la loro bravura: tentano la sorte alla stella e quanto più,
numerosi saranno i centri tanto più generoso sarà il raccolto.
La corsa si conclude con su "Componidori" che attraversa il
percorso, supino sul cavallo, benedicendo con sa "Pippia de Maju"
la folla che applaude (sa "Remada"). Ricomposto quindi ìl
corteo, ci si appresta ad assistere in Via Mazzini alla corsa acrobatica
delle pariglie ove tutti i cavalieri, tranne "su "Componidori"
ed i due luogotenenti, si esibiscono a pariglias in tre sfidandosi in
spericolate acrobazie equestri. I cavalieri hanno occasione di esplicare
tutta l'abilità e il coraggio effettuando figure acrobatiche
stando in piedi sulla groppa dei loro cavalli in uno sfrenante galoppo.
E la parte più spettaco1are della manifestazione ove si nota
la simbiosi uomo-cavallo e dove la sacralità viene sostituita
dal coraggio e la bravura individuale si manifesta con il gioco di squadra.
No si ha la percezione del pericolo poiché le figure sono provate
e riprovate. Se uno ha paura non corre... un occhio al cielo che diventa
più scuro... una sensazione di appagamento o di delusione alla
fine.., ma ... su tutto... un'idea:- "Se l'anno prossimo fossi
io su Componidori ?". L'ombra grande della sera coi primi brividi
di freddo, getta sulla folla e sui cavalieri un alone di tristezza,
finché su "Cumponidori" affiancato da su Segundu e
da su Terzu annuncia la fine della competizione passando, di gran galoppo,
supino sul cavallo, con sa "Pippia De Maju" vibrata in gran
segni di croce. E lo spettacolo è finito. Su "Cumponidori"
in testa tra su Segundu e su Terzu e tutti gli altri al seguito, si
dirigono verso dove si tiene la cerimonia della Svestizione. Rimossa
la maschera si scopre il volto dell'uomo pieno di soddisfazione e di
gioia per essere stato chiamato dalla sorte a rivivere un momento della
storia e delle tradizioni oristanesi. Al rito di chiusura tutti i partecipanti
alla giostra carnevalesca partecipano a una cena particolarmente festosa
(con squilli di tromba e rullare di tamburi) offerta dai Gremì
organizzatori. Ringraziando San Giovanni o San Giuseppe per aver terminato
"bius e sanusu" (vivi e sani) anche questa Sartiglia augura
a tutti:
et bivat Su Componitori! .... e Su Segundu! ... e Su Terzu!
e Su Presidenti! .... e tottu Sa Cumpangia!
"ATRUS' ANNUS MELLUS".
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